1SPOLETO – Duomo gremito questo pomeriggio per l’ultimo saluto di di cittadini e autorità al sindaco  Fabrizio Cardarelli, morto ieri per un malore improvviso. In chiesa, accanto alla moglie Emanuela e ai figli Giulia e Carlo, la presidente della Regione Catiuscia Marini e numerosi sindaci con la fascia tricolore.
A celebrare la messa è stato l’arcivescovo monsignor Renato Boccardo, il qiuale all’omelia ha pronunciato le seguenti parole: ”

2Da ieri mattina, quando in città si è diffusa la notizia della morte improvvisa del Sindaco, un pensiero insistente abita – e tormenta – il nostro cuore e la nostra mente: «Perché? Perché, Signore, hai permesso che la vita di Fabrizio si spezzasse quando era nel pieno fiorire, perché stroncare un servizio così generoso e fecondo per la nostra città?».

Di fronte a questa domanda – umanamente lecita e comprensibile – non c’è che il silenzio, come il silenzio e il pianto di Gesù alla notizia della morte dell’amico Lazzaro; come il silenzio del Sabato santo, dopo la morte di Gesù; il silenzio di ognuno di noi di fronte al mistero della vita e della morte; il nostro silenzio per il vuoto che la dipartita di Fabrizio genera tra i suoi famigliari, nella scuola, nella politica, nella città.

Ma come Gesù ruppe il silenzio quando incontrò Marta e le disse: «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me avrà la vita eterna» (cf Gv 11, 26); come l’Angelo, il mattino di Pasqua, sciolse il silenzio chiedendo alle donne: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24, 5), anche noi siamo chiamati a sciogliere il silenzio per vivere questo momento di dolore con la fede nella risurrezione, accogliendo la morte di Fabrizio come il suo passaggio dalla precarietà dell’esistenza terrena alla beatitudine della vita eterna, dove il Signore lo ricompenserà di quello che è stato e di quanto ha fatto e ha dato a tutti noi.

Quello che è stato! Lo ricordiamo come figlio, sposo e padre attento e sollecito, nella sua casa di Collerisana, attento a trasmettere ai figlioli Giulia e Carlo, insieme con Emanuela, la chiave per interpretare la vita e renderla significativa e feconda.

Lo ricordiamo insegnante di matematica e fisica nei vari liceii di Spoleto. Mi diceva qualche tempo fa: «Ai miei studenti, come ai miei figli, dico spesso: non guardate soltanto a quelli che stanno avanti a voi, affascinati dalla loro carriera brillante; guardate anche a chi sta indietro rispetto a voi, meno fortunati e con minori possibilità di riuscita. Non li dimenticate». Era letteralmente abitato da una passione educativa, che lo ha condotto a prolungare le ore di insegnamento offrendo agli studenti ripetizioni gratuite, anche da Sindaco, presso il nostro Centro di pastorale giovanile a San Gregorio.

Lo ricordiamo impegnato con passione e generosità nella politica, per il bene della città e dei suoi abitanti. Amava Spoleto e la sua gente, ed era abituale incontrarlo il mattino in piazza del Mercato intento ad ascoltare tutti, con quella umanità popolare e ricca che lo faceva sentire davvero vicino e partecipe, fedele al programma di azione che si era proposto, quando aveva detto di voler essere “Uno di noi”.

È stato, come ha scritto qualcuno in queste ore, «un Sindaco entusiasta e battagliero, mai rassegnato ma sempre orgogliosamente fiero dell’incarico» ricoperto, «incapace di serbare rancore» e capace di risolvere «piccole e grandi questioni, senza mai appendere manifesti o cercare ribalte».

Quante volte mi ha chiamato per ricercare insieme la soluzione a qualche problema e individuare una risposta concreta a qualche bisogno generato dalla crisi occupazionale o dal terremoto. È di qualche giorno fa la telefonata per un nuovo progetto da realizzare con la Caritas diocesana a favore delle famiglie in difficoltà economica. Per lui davvero la politica, vissuta con onestà e rettitudine, con profonda dedizione, con grande libertà interiore e indipendenza da pressioni e correnti, anche se non gli ha risparmiato amarezze e delusioni, è stata la forma più alta della carità, intesa come autentico servizio al bene comune.

Non ha mai nascosto la sua identità di uomo di fede, ricevuta dai genitori Reginaldo e Maria e dalla parrocchia di Sant’Ansano, dove tornava puntualmente per la celebrazione annuale di Sant’Antonio, senza vergognarsi di portare la statua in processione. Da lì anche nasceva la sua sensibilità e la sua attenzione verso ogni forma di necessità e bisogno, e la sua spiccata simpatia per istituzioni di solidarietà come l’OAMI e l’AGLAIA.

Ci mancherà il suo sorriso, la sua umanità, la sua cordiale attenzione, la sua voglia di fare, il piglio sicuro e deciso con cui affrontava i problemi, la semplicità e immediatezza del tratto, l’intensità del suo impegno per Spoleto, che spesso gli faceva perdere il sonno.

È l’eredità che lascia a tutti noi che lo abbiamo conosciuto e a quanti con lui hanno lavorato per il bene della nostra città. L’intensità delle emozioni, i sentimenti più profondi, la memoria che abbiamo di lui sono però sostenuti dalla certezza che Fabrizio non è svanito nelle ombre della morte ma che, come abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza, «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà».

La vita è un dono di Dio. A Lui, e a Lui solo, appartiene l’ora e la modalità della nostra morte.

«Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?» (cf Mt 6, 27), domanda Gesù. Anche l’ora della nostra morte è nelle sue mani, dentro un suo progetto che a noi rimane imperscrutabile ma che è sempre e solo un progetto di amore. Perché il Signore Gesù è risorto per esercitare una signoria sulla vita e sulla morte di quanti si affidano a lui: una signoria che è protezione, cura amorevole, realizzazione vera.

«Tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo», ci ha detto la pagina del Vangelo che è stata proclamata (Lc 12, 40).

La morte che ha colto Fabrizio è per tutti noi un ammonimento serio, che ci insegna a vigilare e ad essere sempre preparati per l’incontro con il Signore. Essere preparati significa vivere “in grazia di Dio”, che è la prima e fondamentale condizione di una vita autenticamente cristiana. Essere preparati significa trovarci sempre al nostro posto.

E il nostro posto è quello del dovere quotidiano, che ci dà forza morale e serenità. Essere preparati significa infine vivere nell’attesa dell’eterna felicità, che ci è garantita se ben sapremo amministrare e spendere i talenti che ci sono stati affidati.

Mentre porgiamo a Fabrizio il saluto dell’affetto, dell’amicizia e della gratitudine, ci torna spontaneo alla mente quel suo modo caratteristico di congedarsi, quando stringeva calorosamente la mano e diceva: «Tante, tante belle cose!».

Quel saluto lo rivolgiamo ora a lui, pregando che possa godere di tutte le ”belle cose” che il Signore Gesù riserva a quanti si sono affidati a lui ed hanno accolto e messo in pratica il suo Vangelo, mentre attendiamo che venga un giorno pienamente ricomposta nella casa di Dio quell’unità e quella comunione che la morte sembra interrompere ma che in realtà la fede continuamente ravviva.

Grazie, Fabrizio, per quello che sei stato e per quello che ci hai dato.

Il Signore ti accolga nelle sue braccia di Padre misericordioso e ti doni la ricompensa della tua fedeltà e delle tue fatiche. Amen”. (124)

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Written by Gilberto Scalabrini