Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1FOLIGNO – Nella notte rosa di Foligno, tra il brusio della folla allegra e festaiola in piazza dell’Erba, seduti a un tavolinetto di “Eba Nero”, Vasek Cernohous, mi racconta volentieri la sua incredibile storia di fede, di mimo o statua vivente. Sì, insomma, qualcosa in bilico tra realtà e sogno, favola e suggestione.

2Per la notte rosa di Foligno, ha lavorato un’ora da mimo, in veste da pellegrino. Chiamato dal maestro Paolo Ramotto, docente di pittura all’Accademia di Firenze, Vasek è salito su un armadietto vuoto che il comune ha lasciato vicino lo studio del professore.

3«Confesso che ho avuto un po’ di paura –dice quando scende dalla scala a pioli- perché da terra sembra basso, da lassù invece è diverso e bisogna restare in equilibrio». Corre poi a lavarsi la faccia che si è colorata con la creta, per fare pandan, anzi assonanza cromatica, con il suo saio da pellegrino.

4Questo giovane uomo di 43 anni, nato nella Repubblica Ceka, non ha nulla di diabolico né di sregolato. Affabile conversatore, parla bene la nostra lingua. Vive a Senigallia, dove risiede anche la sua ex moglie inglese e una figlia di 10 anni. Viaggia spesso e fa pure ritorno spesso in Umbria, ad Assisi, dove la sua storia di cristiano credente ha avuto una “testimonianza”

Com’è nata la tua fede in Dio?

«Erano gli anni bui del comunismo, non c’erano le chiese, non si poteva praticare la fede. Avevo dieci anni, quando una donna anziana che viveva vicino la mia casa, mi regalò il vangelo e iniziai così la mia ricerca spirituale per scoprire Dio».

Poi cosa è accaduto?

«Da giovane ho svolto lavori come boscaiolo e cameriere, poi parlando con le persone, ho capito che se volevo percorrere il cammino della fede avrei dovuto prendere lo zaino e partire. Così ho fatto nel 1997. Ho raggiunto la Spagna, poi le Canarie dove per sopravvivere ho iniziato a suonare i tamburi e a fare anche un po’ di giocoleria. I tamburi, però, li ho dovuto smettere quasi subito, perché le autorità mi contestavano il rumore. Allora, mi sono messo a fare la statua vivente.

Ho iniziato con il personaggio di Pierrot, perché un amico mi ha prestato il vestito, ma non ero pronto, non aveva alcuna esperienza teatrale e poi non mi piaceva. Fortunatamente, il primo giorno, con un pubblico di oltre cinquanta persone che aspettava il mio debutto, andai in tilt e fui salvato da un provvidenziale acquazzone che fece il vuoto in pochi secondi. Allora, feci un gesto verso il cielo, come per dire “perché inizia il temporale”, ma in cuor mio ero felice. Nei giorni seguenti, pensai quale poteva essere il mio personaggio preferito.

Scelsi così quello del pellegrino, perché era in partenza per Santiago di Compostela. Coì mi sono fatto confezionare il saio, ho preso il bastone, ci ho legato il fagotto e mi sono messo in cammino in compagnia di un asino e di un cane presi a Valentia. Un percorso lento, iniziato nel 2001 e concluso quattro mesi dopo a Santiago. E’ stata una bella esperienza. Ho dormito all’aperto, evitato per gli animali che portavo al seguito le grandi città.

Ho attraversato solo zone campagna. Da mangiare me lo offrivano i contadini. Non avevo bisogno di soldi, perché non avevo nulla da comprare. Nei paesi mi fermavo nelle chiese, offrendo di fare qualche servizio. I pochi spiccioli, mi servivano per telefonare a casa. Non avevo cellulare».

Quando sei giunto in Italia?

«Subito dopo Santiago. Ero molto combattuto dentro di me, perché non sapevo se abbracciare la vita da monaco, oppure continuare quella del pellegrino. Avevo paura della ricerca di Dio, ma nel frattempo ero convinto che se non avessi ricevuto segnali, mi sarei liberato per sempre la mente da quest’ossessione. Sono così arrivato da un paesino in provincia di Ancona ad Assisi. Ho fatto la statua vivente, non tanto per necessitò di soldi, bensì per l’esperienza in questa terra francescana».

E’ in Assisi che c’è stato il “contatto spirituale”?

«Si, ed è stato molto forte. Non era mai accaduto prima, nemmeno durante i mie viaggi in India, dove ho conosciuto personaggi dal forte carisma. Una notte del 26 aprile, con la luna piena, mentre dormivo sopra un tavolo della pineta alla Rocca Minore e il cane sotto di me, mi son svegliato all’improvviso come se ci fosse stato qualcuno nelle tenebre che mi osservasse. Osservo a 360 gradi, ma non c’era nessuno. Poi alzo lo sguardo verso la torre della Rocca e in uno spazio che si apriva fra i pini, la luna sembrava guardarmi ed è scomparsa la sensazione di una presenza invisibile. Poi, una voce mi ha detto: “Non andare via, resta qui, tutto è pronto”. Mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci».

Una chiamata?

«Si, credo proprio di si. La sensazione è subito cambiata, come un passaggio dal buio alla luce. Sono rimasto e in Assisi ho conosciuto anche la mia compagna che, nel 2008, mi ha dato una bella figlia».

Infine, racconta di Assisi, della sua meditazione e contemplazione, ma anche della sua esperienza come pellegrino. Ricorda quando ha dormito in una capanna a villa Gualdi, una struttura già malandata e resa ancora più fatiscente dal terremoto.

Perché la strada difficile del mimo?

Allarga le braccia: «Il mio è un lavoro onesto e faticoso. Stare immobili è come correre, hai tutti i muscoli tirati. Ma ogni sorriso che riesci a strappare è una soddisfazione».

Prima di salutarci, Vasek Cernohous ci regala un bigliettino sul quale c’è scritto: «Quanto è alta la catena montana, ma più alta è la brama del cuore».

E’ vero, ma non sempre sappiamo capire i desideri che si annidano nell’anima e nel cuore dell’uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Written by Gilberto Scalabrini