L’annuncio dell’arcivescovo Boccardo nell’omelia: «Anche la nostra Diocesi - come tante altre in Italia - accoglierà prossimamente nelle sue strutture alcune famiglie di profughi provenienti dai corridoi umanitari aperti dal nord-Africa e forse anche dalla Siria»

1SPOLETO – Oggi, con un solenne pontificale nella Cattedrale di Spoleto, presieduto dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo, è stata fatta memoria della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Molti i fedeli presenti alla celebrazione, animata nel canto dalla Cappella musicale del Duomo.

2Sul presbiterio, di lato all’altare maggiore, c’era la Santissima Icone, l’immagine di tipo bizantina che raffigura la Vergine senza il Bambino donata alla città di Spoleto da Federico Barbarossa in segno di pace, dopo averla saccheggiata nel 1155. Col Presule hanno concelebrato i parroci della Città.

3Il servizio liturgico è stato curato dai seminaristi e dai ministranti, coordinati dal cerimoniere arcivescovile don Edoardo Rossi. Presente il sindaco di Spoleto Umberto De Augustinis, alla sua prima festa dell’Assunta da primo cittadino, il presidente del Consiglio comunale Sandro Cretoni e l’assessore ai lavori pubblici Angelo Loretoni.

Nell’omelia mons. Boccardo ha ricordato che la grandezza di Maria si rivela alla luce del disegno di Dio: ella è «chiamata a cooperare “in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime” (LG 61). Infatti, ricevendo ai piedi della croce Giovanni come figlio (cf Gv 19, 26), la madre di Gesù diviene madre dei credenti.

Essa si trova così associata alla comunità messianica da cui vengono alla luce il Salvatore e quanti sono chiamati a testimoniare e perpetuare la sua presenza sulla terra. Per provvido disegno del Padre, al termine del suo pellegrinaggio terreno, Maria è stata introdotta con il corpo e l’anima nell’esistenza nuova che si aprirà anche per noi alla fine dei tempi con la risurrezione dei morti.

Confessando il destino di luce e di gloria che attende ogni essere umano, non possiamo non pensare a quei corpi umiliati – e dunque ai bambini, alle donne e agli uomini – fatti oggetto in queste settimane di insulti e di violenza e seguire impassibili i telegiornali che raccontano di naufragi di barconi, di migranti respinti e, più recentemente, di navi senza un porto dove approdare e di episodi di xenofobia e di aggressioni a sfondo razziale, ora definite anche “gogliardate”.

Se ricordiamo la domanda rivolta da Dio a Caino: «Che cosa hai fatto di tuo fratello?» (cf Gen 4, 9), non ci possiamo rassegnare al consolidarsi di una opinione pubblica fomentata da maestri senza morale e da imprenditori della paura che pretendono di dividere la società in due gruppi: “quelli come noi” e “gli altri”, due categorie non ugualmente umane, e perpetuano un sistema che, continuando a vendere armi ai loro Paesi, fabbrica i poveri e poi non li vuole perché danno fastidio».

«Non si può certo considerare un viaggio di piacere una delle più disperate transumanze umane della storia, che ha trasformato il Mediterraneo in un vorace sepolcro; né pensare che sia facile la vita di chi, sopravvissuto, si ritrova privo di tutto in un Paese sconosciuto, talvolta in condizioni subumane di miseria e di sfruttamento, impossibilitato a costruire e tanto meno ad immaginare il suo futuro.

Se espressioni e atteggiamenti di tanto disprezzo per il dolore e la dignità altrui possono liberamente circolare senza incontrare lo sconcerto e l’indignazione generale, questo significa che già sono entrati nelle nostre case, da dove stanno trafugando il rispetto per l’altro e la solidarietà che, come ha recentemente affermato il Presidente della Repubblica, fanno parte del Dna degli italiani.

A questo accrescersi di una barbarie di pensiero e di azione, bisogna opporre una resistenza morale e civile, che impedisca alla nostra civiltà – culla della cultura che ha ispirato l’intangibilità della persona umana e della vita – di regredire alla brutalità di quella della pietra e della clava, che vuole affermare il diritto della forza anziché la forza del diritto e perciò continua a costruire muri, reali o immaginari, invece di ponti. Non si tratta di essere buoni, ma di essere giusti; non di fare opere buone ma di rispettare e, se necessario, ripensare il diritto dei popoli».

Poi l’annuncio dell’Arcivescovo ai fedeli: «Anche la nostra diocesi – come tante altre in Italia – accoglierà prossimamente nelle sue strutture alcune famiglie di profughi provenienti dai corridoi umanitari aperti dal nord-Africa e forse anche dalla Siria. È purtroppo solo un piccolo gesto, che acuisce il senso di frustrazione per non poter aiutare tutti, ma che intende contribuire a mantenere vivi anche qui da noi l’interesse e la sensibilità verso una tragedia  che non è né piccola né trascurabile.

Sappiamo bene, infatti, che salvare un uomo è salvare il mondo. Per questo mi permetto di rivolgere un appello rispettoso e cordiale alle Istituzioni civili del nostro territorio affinché considerino a loro volta la possibilità di realizzare un segno altrettanto concreto di accoglienza e responsabilità, dando vita ad una catena di aiuto e di amicizia che non conosca barriere di lingua, cultura, razza e religione.

È vero che il nostro è un territorio provato forse più di altri dalla crisi economica e poi dal terremoto; ma è anche vero che «non c’è nessuno così ricco che non abbia bisogno di ricevere e nessuno così povero che non abbia qualcosa da dare» (don Oreste Benzi). Se non è possibile ignorare le croci che pesano sulle nostre spalle nel quotidiano cammino dell’esistenza, non è lecito trascurare il dovere di servizio, spesso faticoso, che ci lega ai fratelli, specialmente ai poveri, ai sofferenti, agli emarginati».

Al termine della Messa, benedizione alla Città dalla loggia centrale della Cattedrale.

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Written by Gilberto Scalabrini