Dal nostro inviato GILBERTO SCALABRINI
Foto di STEFANO PREZIOTTI

1FOLIGNO – La limpida luce settembrina srotola un cielo turchese sui vessilli multicolori dei dieci Rioni della Quintana. In questo palpito d’amore, profondamente vissuto nel cuore, le bandiere garriscono alle leggere folate di vento e fanno festa nelle vie del centro storico. Vie che improvvisamente si animano la sera e il brusio degli avventori che affollano le taverne si diffonde fra i profumi della buona cucina.

Era così anche quattro secoli fa. Allora le hostarie non offrivano solo vitto, ma pure alloggio e stallatico. Scorrevano fiumi di vino e spesso gli avventori gettavano la serata in cagnara. Le cronache del tempo, raccontano pure che in alcuni di questi locali era possibile trovare compagnia femminile, proposta generalmente dal gestore a rischio di sfidare le ire di mariti e fidanzati. Spesso però sarebbero state le mogli degli osti, attirate dai personaggi più svariati e strampalati che si fermavano per poche ore solamente, ad infilarsi nottetempo nei letti dei viandanti per spezzare la monotonia di una vita sempre eguale, forse spinte anche dal fatto che spesso i loro mariti erano molto più anziani ed un giovane forestiero rappresentava una ghiotta occasione per estraniarsi dal solito andamento quotidiano dell’esistenza.

Oggi non è più così. A servire a tavola, c’è un esercito di volontari, alcuni ancora bambini, che indossano il costume da popolano e si fanno riconoscere dal colore del fazzoletto rionale.

Sin dal lontano 1946, il volontariato costituisce anche nella nostra rievocazione secentesca, il tratto caratteristico dell’Ente. E’ è la forza umana che muove la pesantissima macchina del tempo che, nel suo crescere diventa sempre più esigente e coinvolge un numero di persone meglio qualificato.

Sono almeno tre generazioni che si congiungono insieme per lavorare e divertirsi e produrre anche i frutti di quel “quitanismo” che non morirà mai.

Molta anche la gente che lavora dietro le quinte, in silenzio. Come le sarte che riescono a confezionare costumi tratti da affreschi che si trovano nei palazzi gentilizi della città. Sono 15 giorni di festa. E’ la festa della Rivincita. Questa parola dal suono e dal potere quasi magico, significa sfida aperta al vincitore della giostra di Giugno, cioè al bravo Luca Innocenzi del rione Cassero. Magici, però, sono anche gli altri nove binomi che domenica 16 settembre scenderanno in campo per togliere “di mano al Cavalier Vincitore il lauro cinto in ultima tenzone”.

Il  Pertinace (finto di nome di battaglia di Luca Innoceni), ha trionfato con un galoppo fluido, veloce e costante. In sella al suo purosangue Guitto, il campione sapeva di farcela e ha dato l’assalto al campo de li giochi con lo stile al quale ci ha abituati da molti anni.

Adesso la domanda è una sola: chi vincerà il palio dipinto dal maestro Thomas Braida di Gorizia? Non è facile azzeccare il pronostico. Di solito i nomi che circolano, dopo quello di Luca Innocenzi, sono il Moro del Pugilli, Pierluigi Chicchini; il Baldo del Morlupo Lorenzo Paci; il Fedele del Croce Bianca, Massimo Gubbini e l’Ardito del Badia, Cristian Cordari. Da non sottovalutare, però, le altre cinque contrade, che fanno scendere nell’agone Marco Diafaldi per il Morlupo, Riccardo Raponi per il Contrastanga, Stefano Antonelli per il Giotti, Mattria Zannoli per la Mora e Daniele Scarponi per lo Spada.

Insomma, domenica 16 si corre la più imprevedibile delle giostre, dove anche la vittoria già scritta alla fine può sfumare in pochi decimi di secondo. I binomi che potrebbero portare a casa il Palio sono in teoria tutti e dieci, quindi ogni “scommessa” è intrigante e problematica. Tutti hanno un solo obiettivo: far saltare il favorito. E in questa affascinante olimpiade delle giostre di antico regime, il favorito è anche chi alle prove ha dimostrato di non avere la stoffa giusta per cucirsi addosso la vittoria.

Ogni pronostico, dunque, è incerto, dettato dai molteplici fattori autoctoni, che solo chi li vive quotidianamente e dall’interno può capire. Fra poco, però, al calar del vespro settembrino, sarà svelato l’arcano. Solo allora, sapremo quale proposito si sarà avverato. Io mi fermo qui…al Campo de li giochi , anzi al dio Marte e ai suoi anelli l’ardua sentenza.

 

 

 

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Written by Gilberto Scalabrini