Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1FOLIGNO – Paolo Giusti aveva ancora i calzoncini corti ed era da pochi mesi orfano di padre, quando scese con la lancia in resta nel campo de li giochi. Era il lontano 1954 e,  nonostante l’età (aveva soli 12 anni), fu il binomio che emozionò più di tutti gli spettatori. Il baby cavaliere, volle scendere in giostra per sostituire suo padre Cruciano, portacolori del rione Contrastanga. Indossò i panni del Furente, un costume giallo e azzurro, fatto confezionare su misura appositamente per lui dalla prima donna priore, Anita Chiucchi.
«Il genitore -ci racconta la vedova di Paolo Giusti, Serena Scafocchia, che incontriamo nella sua casa a Bastia Umbra- era stato tragicamente travolto -pochi mesi prima- da un cavallo imbizzarrito, in sella al quale si trovava Paolo. Il cavallo -mi ha raccontato mia suocera- era stato acquistato la mattina e, nel pomeriggio, Paolo volle provarlo lungo il rettilineo del fiume da Foligno e Bevagna. Era un cavallo che partiva con un colpo di pistola sparato in aria.

2In quel periodo, c’era la stagione venatoria e un cacciatore sparò per caso un colpo di fucile. Il cavallo iniziò d’impeto il galoppo e il papà di Paolo, intuito il grave pericolo che correva il figlio, tentò di fermarlo. Si mise  davanti all’animale per afferrargli le briglie, ma l’azione gli fu fatale, perché venne travolto. Un’esperienza  devastante per Paolo che, da quel momento, restò come traumatizzato. In quello stesso anno, però, nonostante fosse ancora adolescente, volle correre la giostra della Quintana al posto del padre. Cruciano era portacolori del rione Contrastanga. Le cronache del tempo raccontano che fu il cavaliere più applaudito, per quel gesto così nobile che lo rese del tutto degno del genitore che lo adorava.  Quando Paolo è morto nel 2001 (aveva solo 59 anni), io ho donato la sua lancia e quella del padre all’Ente Giostra della Quintana. In sua memoria, ho anche istituto il premio “Anelli d’argento”», rimessi in Palio in ogni edizione, salvo consegnarli definitivamente al Rione che vince per tre anni consecutivi la giostra».
Quando ha conosciuto suo marito?
«Avevo 18 anni, quando mi innamorai di Paolo. Era un ragazzo bello, buono e intelligente. Io abitavo a Bastia ma non sono mai andata a vedere la Quintana a Foligno. Sapevo che era un bravo cavaliere, ma lui non ha mai permesso, nemmeno dopo sposati, nè a me nè a nostro figlio Fabio, di assistere alla competizione equestre.  Solo una volta ho assistito alla giostra e quell’anno Paolo avrebbe vinto il Palio se, per scrupolo di coscienza, non fosse andato -dopo l’arrivo- dal commissario di curva a segnalare una buca pericolosa lungo il percorso di gara. In quel frangente, perse dalla lancia uno  dei tre anelli infilati e fu penalizzato, quindi escluso dal podio».
Cosa ricorda di quelle Quintane non viste?

3«Ricordo che dal sabato della vigilia, la nostra casa di Foligno, in via delle Conce, era piena di amici che arrivavano da Milano, Arezzo, Ascoli Piceno e Roma. Per me era davvero dura. Lui, però, si isolava, come se fosse un nodo doloroso e inenarrabile della memoria. Si concentrava solo negli allenamenti e, negli ultimi dieci giorni prima del Palio, trascorreva le giornate da Otello Mariotti. Con il maresciallo Farinelli, che era il suo stimato allenatore, “studiava” e metteva a punto  le strategie per la giostra. Tornava a casa solo a dormire».
Quanti mesi duravano gli allenamenti?
«Iniziavano ad Aprile e andavano avanti fino a Settembre. Paolo, appena rincasava dal lavoro, si cambiava e correva subito in scuderia».
Le sarebbe piaciuto vestire gli abiti barocchi?
«Si, ma lui non voleva che partecipassi.  Sia durante il fidanzamento che dopo,  Paolo non ha mai coinvolto la famiglia nelle sue performances quintanare, nè ha mai parlato della terribile tragedia del padre. Non è mai andato nemmeno al cimitero. Una volta mi accompagnò fino al camposanto, ma restò fuori dal cancello. Preferiva ricordarlo con il cuore, in silenzio. D’altronde, la morte è una cosa più forte di noi, specie quando arriva all’improvviso e  invade i nostri pensieri ricolmandoli di sofferenza».

4Era gelosa delle sue dame?
Sorride: «No, non sono mai stata gelosa. Conservo addirittura un album, dve ci sono tutte le sue fidanzate».
Che tipo di uomo era Paolo?
«Paolo era un uomo molto buono, garbato, gentile, generoso e leale, ma anche introverso, riservato, chiuso. Si teneva sempre tutto dentro e credo che soffrisse in silenzio. Nonostante ciò, aveva sempre il sorriso sulle labbra ed era l’amico degli amici.  Era sincero, allegro e dal cuore generoso. Amava i cavalli, ma non ha mai voluto che, nè io nè il figlio Fabio, ci fossimo appassionati di equitazione.  Ricordo che un giorno (nostro figlio aveva soli 3 anni), Otello Mariotti lo montò su un cavallo e Paolo lo fece subito scendere».

5Aperto agli affetti e dotato di un mirabile equilibrio interiore, Paolo ebbe, senza che ciò gli costasse lo sforzo di una grande conquista, assai vivo il senso della realtà.
Sempre pronto a stabilire con saggezza un sereno accordo con gli altri,  divenne ben presto il simbolo del campione. I bambini lo imitavano correndo in bicicletta e con un bastone di scopa come lancia. Nel campione, anche gli adulti vedevano divenire realtà il loro sogno.
Portano la firma di Paolo Giusti ben dieci Palii: la prima vittoria arrivò nel 1959 su Rascel, poi nel 1961 e 1962 su Sofia. Infine, il cambio di casacca: dal Contrastanga, Paolo passò al Morlupo, dove conseguì grandi successi. All’epoca, il priore era Otello Mariotti, che mise a disposizione della contrada il proprio cavallo.  Era un ottimo e bel destriero, di razza, anglo-arabo-sardo, di nome Draghetto, con il quale Paolo Giusti, “soffiato” all’avversario Contrastanga, giunse alla vittoria a ritmo serrato negli anni 1964, 1965, 1966 e 1971. Poi, con l’avvento di un altro veloce destriero, Nabucco, Paolo vinse  nel 1973 e, nel 1974, le giostre della Sfida e della Rivincita.
Il “rivale” fu il bravo e indimenticabile Marcello Formica, anche lui vincitore di dieci Palii. VIETATA LA RIPRODUZIONE DI FOTO E TESTO (121)

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Written by Gilberto Scalabrini