Ha celebrato il rito funebre mons. Paolo Giulietti. Il presule nell’omelia: «La vita di Leonardo è un messaggio evangelico…», perché «ha avuto la capacità di abbracciare la vita e di dire sì alla vita per quello che è»

1PERUGIA – «Celebriamo la Pasqua di Gesù nella vita e nella morte di Leonardo. Lo facciamo ascoltando la Parola, vivendo il memoriale eucaristico e attraverso i santi segni del saluto con cui la Chiesa si è accomiata dai suoi figli. Lo facciamo in tanti perché evidentemente c’è un segno che questa vita, questa morte hanno lasciato alla Chiesa di Perugia e alla città».

2Con queste parole mons. Paolo Giulietti, vescovo delegato ad omnia di Perugia-Città della Pieve, ha introdotto la celebrazione eucaristica delle esequie del quarantaseienne perugino Leonardo Cenci tenutesi in una gremita cattedrale di San Lorenzo nel pomeriggio di oggi. Leonardo Cenci è tornato alla Casa del Padre il 30 gennaio dopo quasi sette anni di lotta, condotta da autentico sportivo, contro una grave malattia fondando l’associazione “Avanti tutta Onlus”.

Per l’esempio-testimonianza di vitalità di fronte alla sofferenza del corpo e dello spirito che Leonardo Cenci ha trasmesso a tantissimi perugini e non solo, soprattutto giovani, l’Amministrazione comunale di Perugia ha indetto, nel giorno delle esequie, il lutto cittadino e la Chiesa gli ha voluto rendere l’ultimo omaggio accogliendolo nella cattedrale.
In San Lorenzo erano tantissimi a salutare “Leo”, che è stato in gioventù uno scout della parrocchia di Santo Spirito e poi da giovane adulto dallo spirito francescano un parrocchiano di San Donato all’Elce, il quartiere perugino dove vive la sua famiglia. Legato al mondo scout e degli oratori, Leonardo non ha fatto mancare negli anni della sua battaglia la sua presenza-testimonianza a diversi significativi incontri promossi dalla Pastorale diocesana giovanile e dal Coordinamento Oratori Perugini (Cop).

«E’ stato per tanti nostri ragazzi – ha commentato don Riccardo Pascolini, responsabile del Cop e parroco di Elce – una carica di vita importante nel parlare spesso della fede all’interno della sua esperienza».

A concelebrare le esequie, animate dal Coro scout di Perugia, c’erano nove sacerdote tra cui mons. Fausto Sciurpa, presidente del Capitolo della cattedrale di San Lorenzo, mons. Saulo Scarabattoli, parroco di Santo Spirito e vicario episcopale della Prima Zona pastorale dell’Archidiocesi, don Luca Delunghi, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale giovanile, e padre Enzo Fortunato, direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi.

Appresa la notizia della morte di Leonardo, il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti ha espresso la sua vicinanza alla famiglia Cenci, e ha ricordato che «Leonardo doveva incontrare il Santo Padre lo scorso 2 gennaio, un incontro a cui ci teneva molto ma è stato impossibile per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Questo mi ha commosso e appena vedrò papa Francesco gli racconterò chi era Leonardo Cenci per tutta la nostra Perugia e non solo, uno dei grandi testimoni del nostro tempo.

Leonardo è di esempio soprattutto per i nostri giovani, per la forza interiore e la fede con cui ha saputo lottare contro la malattia, dimostrando che l’uomo ha delle capacità inesplorate per superare i propri limiti con forza d’animo e di volontà; credendo fino in fondo nella vita e nello sport, una delle manifestazioni vitali più belle».

Quanto detto dal cardinale Bassetti trova conferma nella moltitudine di persone che ha partecipato alle esequie di Leonardo Cenci. E non è un caso che mons. Giulietti ha esordito nell’omelia dicendo: «Siamo in tanti perché questa vita e questa morte ha qualcosa di speciale. Non siamo qui a vivere solamente la tristezza per un giovane che ha perduto la sua battaglia contro la malattia, uno sportivo che ha terminato la corsa.

Siamo qui a riconoscere che in questa vicenda umana c’è un messaggio la cui significatività è rivelata dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. Papa Francesco, parlando ai giovani a Panama, nella Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrava mentre Leonardo combatteva la sua ultima battaglia, ha parlato della possibilità che è data ai credenti di abbracciare la vita, non per quello che dovrebbe essere ma per quello che è.

Non per quello che idealmente pensiamo che dovrebbe essere, ma per quello che realmente si manifesta e si realizza nella nostra quotidianità. Della vita fa parte anche la malattia, anche se i “sapienti” e gli “intelligenti” di questo mondo vorrebbero farcelo dimenticare nell’illusione che si possa star bene sempre e tutti. Ma così non è e Leonardo l’ha capito bene.

Questa malattia non solo l’ha abbracciata, rendendola un’occasione particolare per dire qualcosa di importante sulla vita e sul suo significato, ha permesso a Leonardo di prendere sulle sue spalle l’insegnamento del Vangelo che è l’insegnamento di Colui che, come sentiremo dire nella preghiera eucaristica, liberamente entra nella sua passione, liberamente, non subendo passivamente la vita, ma abbracciando la vita.

Anche se per Leonardo con la sua malattia la vita è stata difficile, lui l’ha abbracciata e ha trasformato questa sofferenza nell’occasione di fare qualcosa di estremamente significativo e di estremamente valido. E noi dovremmo dire: se non fosse stato malato forse questo non sarebbe accaduto. Se non avesse fronteggiato con la sapienza profonda di chi aiuta ad abbracciare la vita fino in fondo, se non ne avesse fatto l’occasione per dire a tanti giovani e meno giovani un messaggio di speranza e di fiducia, forse oggi la cattedrale non sarebbe così piena, i giornali non ne avrebbero parlato, e non ci starebbero guardando anche attraverso la televisione.

Questo messaggio è importante, perché tutti noi facciamo i conti con la nostra vita, che non è mai come la vorremmo, che non è mai come la dipingono idealmente le pubblicità. Quelle vite lì non ci sono, ci sono le nostre vite segnate dal limite, dalla malattia e prima o poi tutte destinate alla morte perché la nostra corsa, per quanto veloce o più lenta, alla fine è lì che si conclude.

Allora la capacità di abbracciare la vita, di dire sì alla vita per quello che è, di trasformare anche i limiti e anche le sofferenze della vita in qualcosa di positivo in cui l’umanità non si abbatte, ma invece si esalta tirando fuori il meglio di sé, è il dono grande del Vangelo è il dono grande che Gesù fa ai credenti ed è il messaggio che con la sua corsa Leonardo ha lasciato a questa città».

«Come spesso accade – ha proseguito mons. Giulietti –, quando una persona vive degli ideali, in questo caso gli ideali del Vangelo così profondamente, la sua vita diventa un messaggio. E papa Francesco ci dice che ogni battezzato dovrebbe diventare un messaggio.

Oggi i media parlano di Leonardo, ma quanti Leonardi ci sono dentro le case, che noi non conosciamo, che fronteggiano con dignità la malattia riuscendo a non farsi schiacciare dalla vita che non è come dovrebbe essere idealmente, ma per quello che è la loro esistenza, anche se non fa notizia, purtroppo, perché fanno notizie altre esistenze magari minoritarie ma efferate.

Le vite semplici come quelle dentro le case di riposo ci trasmettono davvero un messaggio fondamentale per l’esistenza. Chi riesce a fronteggiare il limite, chi prende su di sé questo giogo e ne risulta profondamente consolato e confortato ed è capace di dire con verità, come ha fatto Leonardo nel suo ultimo messaggio “andiamo con gioia” incontro al Signore, accettando anche l’ultimo dei limiti, quello più radicale che è la morte, questi ci danno un grande incoraggiamento per la nostra vita.

Lo danno ai giovani, alla nostra società, perché troppo spesso l’incapacità di abbracciare la vita si traduce in sfiducia, in cinismo, in cattiveria reciproca. Accogliamo questo messaggio, il messaggio della Parola di Dio: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, dice quel Cristo che liberamente entra nella passione, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso è leggero”».

«Abbiamo ascoltato le parole anche di Paolo – ha ricordato mons. Giulietti avviandosi alla conclusione –, che invita non lasciarsi ingannare da altre prospettive più illusorie, più effimere, ma prendere sul serio la vita per quello che è, ad affrontarla aiutati dal Signore e a trarre tutto il bene che è possibile, sempre e comunque. Che il Signore ci aiuti mentre accompagniamo questo corridore che ha terminato la corsa all’incontro con Dio alle soglie della Gerusalemme nuova ed eterna.

Che il Signore aiuti anche noi ad essere persone che fronteggiano la vita con speranza, che non si lasciano sopraffare dal male ma che invece sono capaci, animati dalla grazia del Signore, per tirare fuori sempre e ovunque tutto il bene possibile». (166)

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Written by Gilberto Scalabrini