Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1SANTA ANATOLIA DI NARCO – Nessuno è entusiasta di invecchiare, ma a che età si diventa vecchi? Rosseau aveva le idee chiare: “Ho incontrato un vecchio di 45 anni”, scriveva. E Picasso sfotteva: “Vecchi si nasce, giovani si diventa”. Avevano entrambi ragioni e lo deduco guardando il nonnetto di sant’Anatolia di Narco che, alla sua veneranda età di 95 anni, non è ancora andato in pensione. Si chiama Eugenio Perugini ed ha una vitalità incredibile: si arrampica agilmente, come uno scoiattolo, su per la scala a pioli e pota gli olivi come un giovanotto. Non solo, con il suo fisico longilineo, si abbassa anche per raccogliere i rifiuti della mondatura e resta curvo, anche per due ore a zappare l’orto, senza mai accusare il minimo dolore alla schiena. Certo, il viso mostra qualche segno del lungo viaggio nella vita de Eugenio rievoca il suo passato come se leggesse su un diario. Figlio di poveri contadini, ha sempre lavorato e, scherzando, dice a cuore aperto: «voglio continuare a lavorare, a tenermi in forma, perchè ho paura di invecchiare. Guardando i ragazzi penso: beati loro che hanno ancora tanti anni di gioventù davanti!».

2Il suo è davvero un primato da guinness, perchè questo stakanovista non sente affatto il peso degli anni: esce ogni giorno di casa per recarsi sui campi, anche quando piove o fa freddo. Eugenio ha fede nel lavoro e fiducia nella vita. Indubbiamente è un sopravvissuto ad un’epoca difficile, ma anche ad uno stato di natura che certamente non era felice, ma tormentato e in conflitto con poco denaro. In paese lo conoscono tutti, perché da qui non si è mai mosso ed è il nonnetto più arzillo della Valnerina. Lo incontriamo nella fascia collinare di vocabolo Acquasanta. E’ sul campo che ha ereditato dalla mamma: una striscia di terreno a ridosso della provinciale che conduce verso Scheggino. E’ intento a potare gli ulivi che ha piantato venti anni fa. Gli chiedo se il nostro fotografo può scattare qualche foto e lui va a prendere la vecchia scala a pioli di legno che poggia al piantone, assicurandosi che sia in perfetto equilibrio. Al seguito ha forbici e sega, ma quando si accinge a salire, cerco di impedirglielo, perchè non vorrei che cadesse. Si fa serio in volto, mi fissa con i suoi occhietti curiosi e, come se avessi detto una castroneria, con risolutezza arcigna afferma: «Cadere io? Ma cosa sta dicendo, lo faccio sempre e oggi sono qui per potare, mica per le foto». Ora che gli sono davanti, vorrei non averglielo detto. Non mi resta che fissarlo con cortese simpatia e capisco che ha una riserva illimitata con chi, ogni giorno, gli dà consigli. Infine, si arrampica sui pioli come un acrobata e, con esperienza e rispetto verso ogni olivo, recide i rami superflui e aggiusta le loro chiome «per favorire -spiega- il nutrimento del sole».

5Eugenio, mi racconta i suoi 95 anni? Sorride prima di entrare nel vivo dei ricordi, mentre brillano gli ultimi raggi di sole: «Sono nato da genitori contadini a sant’Anataolia di Narco il 22 marzo 1924. Sono il secondogenito di sei fratelli (4 maschi e 2 femmine). In vita siamo rimasti solo in tre. In quegli anni, in paese abitavano tante persone, ma c’era molta povertà. La gente si dedicava all’agricoltura, tagliava le macchie e faceva il carbone. Purtroppo, per la miseria, ho frequentato solo la scuola elementare. Se avessi potuto studiare, mi sarebbe piaciuto diventare agronomo. Ho fatto il militare a Livorno, all’88°, ma non sono mai andato in guerra. Ciò nonostante, i ricordi sono tanto grandi quanto assurdi. Ne ho viste di tutti i colori: bombardamenti, morti, uccisioni e soprusi. Sono anche vivo per miracolo, perché mi sono cadute delle bombe molto vicino. Per sbarcare il lunario ho svolto diversi lavori, sono stato anche operaio edile e minatore nelle cave di ferro e lignite a Monteleone di Spoleto.   Adesso, qualcuno dice che si stava meglio quando si stava peggio… non è vero, sono solo chiacchiere. Molti miei coetanei, oggi si vergognano a dirlo, io invece no: da bambino e da ragazzo ho sofferto la fame, tanta tanta fame. A sei anni sono andato garzoncello a parare una punta di pecore, di proprietà dei più ricchi allevatori di sant’Antatolia. Guadagnavo 5 lire al giorno e un paio di scarpe ne costava 60. Mi occorreva un anno di lavoro per comprarle».

4Lei ha una buona memoria, ricorda tutto. Cosa mangia per tenersi così in forma? «No, non è proprio così. Mi ricordo molto bene l’infanzia e l’adolescenza, ma se mi chiede cosa ho mangiato ieri sera, non saprei dirlo. Purtroppo, la mia memoria ogni tanto mi abbandona e io sono consapevole che sbarello. Me lo dice anche mia figlia, Giovannella, con la quale vivo. Lei è zitella (si dice single –lo corregge il nostro fotografo- ma lui non se ne cura), a differenza di mio figlio Sergio che è sposato e ha due figli. Mia figlia, invece, non si è voluta mai sposare o fidanzare. Non conosco i motivi di questa sua scelta. Non so se ha fatto bene o ha fatto male: domani però si troverà sola. Con mia figlia ho un buon rapporto. E’ lei che, nella buona stagione, mi porta presso i campi. Oltre all’oliveto, ho pure dalla parte opposta della strada un grande orto di circa 2.000 metri. Mi figlia mi lascia sul posto intorno alle 9 e mi riprende alle 14, quando torna dal lavoro. Per quanto riguarda il cibo, mangio di tutto. Tranne il latte. Ho preso solo quello materno. Eppure mi piacciono i latticini, ma il latte non lo posso vedere. Non fumo e non bevo nemmeno alcolici. Solo un bicchiere di vino a pasto. Una damigiana da 50 litri mi dura un anno».

3Cosa coltiva nell’orto? «Coltivo pomodori e verdure per la mia casa, ma anche il granoturco. Fino a 4 o 5 anni fa, rendeva circa 12 – 13 quintali. Adesso, i danni dei cinghiali, la cui presenza qui è massiccia, stanno mandando in malora tutta la coltura. Sono ormai al punto di non seminare più nulla, perchè i danni non sono risarciti». E’ mai andato a ballare in discoteca? «Per carità, mai….. anzi sono contro le discoteche». Quante volte si è recato fuori dall’Italia e dall’Umbria? «Fuori dall’Italia mai, sono andato qualche volta a Perugia, Terni e Spoleto». Lavorare alla sua età è un caso molto raro. «Lavoro, perché è facile diventare arrugginiti a questa età. Il contatto con la natura, invece, aiuta a vivere». Quale è la sua pensione dopo tutti questi anni di lavoro? Usa parole agro-dolci: «Ci sono pensioncelle, pensioni e super pensioni. Io ho una pensioncella di 640 Euro… non certo invidiabile».

6I giovani stanno ritornndo all’agricoltura, scappano dalle città, perché vedono nel mondo rurale, nell’agriturismo, nell’agricoltura biologica un vero sbocco professionale. Lei cosa ne pensa? Allarga le braccia: «Penso che non è assolutamente vero. I giovani ritornano solo se lo Stato gli dà i soldi. Credo che finiranno in malora prima di diventare vecchi, perché la terra è dura e non rende, quindi non si può andare incontro all’avventura. Bisognerebbe riflettere invece su ciò che rappresenta la montagna. Nessuno, però, se la sente di svolgere una vita rustica anche se serena». Cosa pensa dell’agricoltura bio? «Penso che costa molto e non rende come dicono». Eugenio non ci crede che ci sono anche laureati, con la zappa in mano, disposti al sacrificio. Giovani che si dedicano alla campagna, all’agriturismo, ai prodotti biologici. Giovani che affiancano, accanto alle vecchie tradizioni, nuovi saperi. E non si offendono se li chiami contadini. «Voglio ben sperarlo -dice Eugenio- perché la campagna non è più espressione di arretratezza come una volta, ma di una ritrovata qualità della vita. Una volta i contadini rappresentavano l’ultimo gradino della scala sociale, godevano di una pessima reputazione e di una scarsissima considerazione.

Che consiglio si sente di dare ai giovani che devono affrontare il mercato del lavoro con tutte le difficoltà odierne? «Il lavoro è prezioso e fonte di soddisfazione, perciò mi dispiace per la situazione attuale e per la crisi con cui sono costretti a fare i conti i giovani che cercano lavoro. L’importante è non scoraggiarsi».

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Written by Gilberto Scalabrini