Articolo di GIOVANNI PICUTI

1MONTELEONE DI SPOLETO – Pur nella sua monumentale solitudine l’Appennino umbro conserva quell’ambiente così intimamente raccolto, che viverci e lavorarci non costituisce una condanna, semmai un privilegio. I prati, i boschi, le fonti, le sopravvissute greggi, sono tra le poche consolazioni che ancora riescono a trasmettere allo spirito un indefinibile senso di pace rurale. E’ vero anche il contrario, se si considerano le ricorrenti incursioni del terremoto, il freddo, la mancanza di infrastrutture e le difficoltà normative che incontrano gli allevatori e i produttori. Come biasimare i giovani che se ne vanno? Come addossargli la responsabilità di aver contribuito al declino di una civiltà millenaria? Ho conosciuto a Rescia, frazione di Monteleone di Spoleto, una famiglia da portare come esempio della strenua resistenza che questa gente compie malgrado tutto. Sotto un unico tetto vivono  un nonno, una coppia di giovani genitori e tre figlie – Rita,Ida e Giorgia – davvero belle e dall’intelligenza incredibilmente viva, che invece di parlarmi di vacanze in Sardegna, di ritrovi alla moda o delle nuove creazioni di Prada – che su di loro non sfigurerebbero di certo – mi manifestano l’orgoglio di esercitare la pastorizia. Il pensiero va subito al poeta Franco Sacchetti: “O vaghe montanine pasturelle, / d’onde venite sì leg[g]iadre e belle? / Qual è ’l paese dove nate sète,/ che sì bel frutto più che gli altri aduce?/       Creature d’Amor vo’ mi parete,/ tanto la vostra vista addorna luce!” 

2Le ho viste portare a pascolare le pecore, mentre aiutavano il padre Claudio Reali – un incredibile nordico vichingo scolpito nella roccia –  a far nascere gli agnelli e mentre insieme alla madre Irene praticavano l’arte di trasformare il latte in cacio. E che cacio. Senza retorica parlavano di tecniche di produzione legate all’ovicoltura (la più piccola studia Agraria) della necessità di conciliare le esigenze degli agricoltori con quelle del pascolo, della fratellanza con gli animali – di cui pur si esige il sacrificio – della tolleranza alla fatica, alle veglie; mi hanno parlato di donne al servizio degli uomini, di uomini che le rispettano, di un’intera famiglia al servizio degli animali e di un comparto sempre più trascurato, quello zootecnico e caseario, oggi che il latte te lo  vengono a prendere  a casa ogni mattina con i camioncini cingolati, per poi pastorizzarlo e metterlo sul mercato. Ignoravo troppe cose della civiltà pastorale, il cui destino finisce con il tempo per confondersi, per colpa nostra che stiamo distruggendo un’economia ed una cultura capaci di sfidare i secoli. Il nonno Fernando, ottantenne, è la quercia di casa, colui che tiene unita la baracca e da un senso compiuto all’azienda; si mostra generoso e disponibile con la sua ficcante eloquenza fatta di parole semplici, ma ben spese. La sua voce, per nulla corrotta dagli anni, somiglia a quella del vento di ottobre, che, attraversando i passi di montagna, sparpaglia le palombe e spoglia i faggi. Non tutti quelli che cominciano a raccontare una storia hanno realmente qualcosa da narrare.

L'avvocato Giovanni Picuti con il nonno delle pastorelle, Fernando Angelini di 95 anni

L’avvocato Giovanni Picuti con il nonno delle pastorelle, Fernando Angelini di 95 anni

Ma i pastori sono aedi per definizione. Mi spiega che una volta la famiglia rivestiva un ruolo centrale nella vita pastorale perché era la sola a mettere il pecoraio al riparo dalle avversità della vita. Mi parla della solitudine dei pascoli e degli espedienti tradizionali per vincerla, quali il ricorso alla recitazione. Ricorda i nomi di tutti i suoi cani, li chiama uno ad uno per nome, come faceva quando doveva raccogliere il gregge. Mi accorgo di avere a che fare con un gentiluomo fedele all’universo narrativo dell’infanzia, capace di parlare con garbo e sapienza di temporali, di lupi, di fulmini, di frane, di pecore rubate, di malefici, di rimedi naturali, di conoscenze tramandate di padre in figlio. Rievoca la transumanza, ne spiega il suo collaudato sistema economico, che racchiude i primi germi del capitalismo rurale. Dice che ogni pastore desidera sopra ogni cosa la libertà e l’indipendenza, sebbene accetti di sottoporsi a regole ferree non codificate ed esige fedeltà e amicizia incondizionate dalle persone che incontra e dalle bestie che cura. Rifletto sul ruolo insostituibile della famiglia e mi domando quanti genitori oggi siano in grado di insegnare i propri saperi alla loro discendenza. Un’errata politica agro-alimentare ha creduto a torto che la necessità di tramandare l’arte di governare le greggi – e trarne sostentamento – sia superata dalla funzionalità dei caseifici, che, sostenuti da contributi pubblici, pastorizzano il prodotto rendendolo tristemente omologato.

rescia-3E’ così che gli allevatori – evitano le frustranti e capillari ispezioni sulla trasformazione degli alimenti di origine animale – vendono il latte all’industria, che lo preleva appena munto. Così come evitano gli adeguamenti degli impianti di lavorazione a cui i pastori sono costretti a sottoporsi. E’ questo il modo in cui finiscono le cose. Così Rescia, e pochi altri posti che gli somigliano, rimane un baluardo e le tre belle montanine pastorelle (quattro con l’infaticabile madre) difendono quello che ha trasmesso loro, geneticamente e culturalmente, Fernando. Sarà sufficiente tutto questo per combattere le future battaglie per la protezione dell’ambiente, per mantenere i territori montani vivi e produttivi, in altre parole per sopravvivere?

giovanni.picuti@alice.it

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Written by Gilberto Scalabrini