Dal nostro inviato specile GILBERTO SCALABRINI

1MONTEFALCO, 2 giugno 2019 – Nell’immaginario collettivo c’è l’idea che le suore di clausura preghino tutto il tempo, stiano sole, chiuse nelle celle, dietro le sbarre, senza fare null’altro. La preghiera, invece, è solo necessaria per rigenerarsi durante la giornata, e ripartire con il piede giusto per affrontare gli impegni con rinnovato vigore. A Montefalco, le Agostiniane che vivono nel monastero di santa Chiara della Croce, sono artigiane del cuoio e del merletto, ma lavorano anche nel campo dell’editoria. La loro bottega è la vecchia cantina del convento. Incontriamo, alle dieci in punto, di una calda mattina di luglio, la madre Priora, Mariarosa Guerrini. Siamo in perfetto orario. «Non ritardi –era stata la raccomandazione al telefono- perché alle 10,30 abbiamo la preghiera». Il nostro “viaggio” si fa subito ricco d’emozioni, perché custodisce gelosamente il passato e i molti incantesimi del presente. E’ un posto lindo, ordinato, sognante e raccolto. Da fuori sembra un piccolo spazio, invece ha un grande chiostro col pozzo, bellissimo; due giardini stupendi che danno una pennellata di colore (uno è l’antico orticello che Chiara coltivava); ci sono poi un piccolo oliveto addormentato dal sole e un orto lavorato da un contadino di fiducia. Insomma, un mondo del tutto particolare all’interno delle mura, dal sapore antico, con tante opere d’arte e mobili in legno massello, poi silenzio, pace e armonia. Un luogo maestoso, pulsante di preghiera e di lavoro, ma anche di vita comunitaria e di contemplazione. Isolamento, ma non solitudine. È questa la nostra prima sensazione. Silenzio, ma non vuoto. Il tempo e lo spazio vissuti secondo una dimensione diversa da quella del mondo esterno. Nelle vecchie cantine del convento, si trova l’attrezzato e ordinato laboratorio per la lavorazione del cuoio.

2Suor Mariarosa Guerrini ci accoglie con grande calore e un sorriso flautato. E’ lei l’anima e l’animatrice appassionata del laboratorio. «Siamo dieci sorelle più tre che si trovano in Toscana –esordisce- e la lavorazione del cuoio è la nostra specialità. Facciamo copertine per breviari e libri religiosi, ma anche porta coroncine. Abbiamo pure una piccola macchina stampatrice che permette la decorazione. Le pelli, scarto di conce o ritagli, ci arrivano dall’antico eremo di Lecceto, vicino Siena, dove altre nostre consorelle svolgono lo stesso lavoro. La nostra Comunità vive del lavoro delle proprie mani che si fonde con la spiritualità al fine di glorificare Dio in tutto. La preghiera e il lavoro. L’una insieme all’altro, inseparabili». Silenzio, preghiera e isolamento contrapposti al chiassoso scorrere di vite caotiche, vissute sulla superficie fluida del mero apparire. Una routine senza imprevisti che diventa rito e certezza contro la fretta di una società che corre senza punti di riferimento. Se non fosse diventata suora, cosa avrebbe fatto nella vita?

3Sorride: «Credo l’architetto. Avevo 21 anni quando la “chiamata” mi ha fatto abbandonare la facoltà di architettura a Firenze e sono entrata come monaca di vita contemplativa nell’Eremo Agostiniano di Lecceto a Siena. Ho cominciato a riprendere in mano la matita, a disegnare per comunicare il mondo dei sentimenti, gli interrogativi, le scoperte, le gioie e le paure che si affacciavano dentro il mio cuore nei primi anni del cammino di formazione. Soprattutto, il desiderio di condividere quello che stava accadendo nella mia vita e che non riuscivano a ‘dire’ abbastanza. Nacquero così le prime vignette di umorismo cristiano. Tutti i disegni furono messi da parte, fino a quando qualcuno propose: “Perché non li pubblicate? Potrebbero fare del bene a tanti”. Fu stampato così il primo libretto “Storia di una chiamata”». Suor Mariarosa Guerrini si racconta come donna di tutti i giorni, vivendo nella preghiera e nel lavoro. Ed è questa la sfida di una scelta così radicale. «Vivere in un monastero -afferma con forza- non fa perdere di vista la fatica e la sofferenza degli uomini, le contraddizioni e i drammi del nostro tempo».

5Nel nostro incontro, ricorre spesso la parola comunione. Ci mostra poi i nuovi disegni che realizza adesso al computer e scopriamo che il suo talento artistico è emerso fin dai tempi della scuola. Oggi, collabora con la casa editrice delle monache agostiniane. Suora tecnologica? Allarga le braccia: «Sì, ma non troppo. Perché la sobrietà resta l’elemento fondamentale, ma occorre stare anche al passo con i tempi e in relazione con la società». Vale a dire, accesso ai media e ai social, ma con discrezione, per non vuotare il silenzio contemplativo con rumori, notizie e parole. Perché ha scelto proprio la clausura e non la suora a contatto con l’esterno o la suora missionaria? «Certamente la clausura implica una separazione materiale con il mondo. Ciò non vuole dire che non siamo solidali con esso, che non condividiamo le sue speranze e dolori, che non prestiamo un servizio agli altri perché ritirate su un monastero. Questo luogo è considerato dimora di Dio per eccellenza.

6È qui, lontano da ogni tentazione mondana, che deve avvenire l’unione totale tra Dio e la suora che, con la clausura, sceglie di dedicare completamente a Lui la propria vita. Per noi la preghiera è una forma di servizio fraterno che offriamo universalmente a tutto il mondo. La nostra scelta di stare nel convento è una scelta d’amore, non l’egoismo, che ci trasmette la forza e il coraggio di donare la nostra esistenza agli altri, a tutti, senza distinzione alcuna». Uno spazio in cui apparentemente regnano regole ferree e tutto parla di obbedienza, ma dove, secondo la madre Priora, c’è un posto grande e irrinunciabile per la libertà. Ecco un’altra parola sorprendente in un luogo di clausura: «Libertà e bellezza fanno parte della scelta monastica», sostiene Mariarosa Guerrini, «proprio perché la nostra vita è stata donata. Ma donare la vita a Dio significa riceverla. Vita autentica. In spirito e verità».

7Come si svolge la vostra giornata? «La nostra giornata è scandita da tre momenti fondamentali: tempo della preghiera, tempo dello studio e tempo del lavoro». Chi bussa alla vostra porta? «Può bussare chiunque, nel rispetto degli orari in cui siamo a pregare. In prevalenza sono persone adulte, spesso mamme che hanno bisogno di un supplemento di conforto e di aiuto spirituale; ma anche uomini del mondo del lavoro, uomini segnati da problemi, non solo economici ma anche spirituali». Tra le monache vi sono laureate o provenienti da professioni di responsabilità. Non sono per nulla donne represse, alienate, antiquate o prive di femminilità. Chi le incontra vede persone sorridenti, con doti di intuito, ascolto, dialogo, empatia, non comuni. Quando usciamo dal monastero, il sole è alto e infuocato. Un cucciolo si appisola sul marciapiede, mentre i raggi luccicano sui vigneti, giocano fra gli ulivi, brillano sui campi di grano e un’ombra fievole ci segue sui muri screpolati delle case. All’orizzonte, il filo sottile dei monti sembra sollevarsi all’altezza della nostra felicità, in un borgo che regala pensieri e desideri. (837)

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Written by Gilberto Scalabrini