Dal nostro inviato speciuale GILBERTO SCALABRINI

aFOLIGNO, 7 giugno 2019- In via del Campanile, dove oggi c’è la taverna del rione Morlupo, una volta c’era la bottega del maniscalco. Era quella di Luigi Menichelli, detto Gigetto, classe 1899. Un uomo dai principi ben scolpiti che hanno guidato la sua vita e quella del figlio Rolando, anche lui maniscalco, che ha trasmesso a sua volta l’arte della mascalcia al figlio Roberto.  Questt’ultimo, lo incontriamo nella sua casa a sant’Eraclio, mentre accudisce due bellissimi cavalli nel paddock.
Cosa rammenti di quella  bottega?
Esordisce con un sorriso sincero, riavvolgendo il nastro dei ricordi: «Certamente il martello che batteva sull’incudine, perché quando ero bambino passavo le ore a vedere mio padre e mio nonno mettere le “scarpe” a cavalli, asini e muli.
Oggi i giovani hanno abbandonato le redini per stringere il volante e il cavallo è diventato quasi un bene di lusso. Un tempo, invece, era usato per il lavoro e per  il trasporto, quindi la figura del maniscalco era molto importante».
Quella bottega da oltre quindici anni non c’è più e chi la ricorda bene come Roberto, sa benissimo che era il vanto di un artigianato che custodiva gelosamente il passato e i molti incantesimi del presente.

bMolti folignati, ormai con i capelli bianchi, rammentano che era  in stile dopoguerra: una stanza enorme, affumicata dal fumo nero della forgia accesa quasi tutto il giorno e alimentata dal carbone.  La temperatura era graduata dal soffio di un mantice che faceva alzare faville che, a loro volta, si univano alle scintille che si sprigionavano dal ferro incandescente, sotto i colpi del martello. Vicino alla forgia, c’era sempre un secchio piena d’acqua per raffreddare i ferri. Sulle pareti erano appesi tanti ferri. Su un banco rustico c’erano la morsa, la mola per arrotare a mano, una vecchia cassetta per il “pronto soccorso” ai cavalli che si sferravano in marcia tra i monti, oppure mentre si trasferivano presso i casolari. C’era anche un cavalletto di legno sul quale era appoggiata la zampa dell’animale per la corretta rifinitura.  Nonno Gigetto, dopo i 70 anni non riusciva più a tenere il peso della zampa dei cavalli sulle game, si limitava a collaborare e dare consigli. Chi attraversava via del Campanile, sentiva   l’odore acre del fumo di carbone e  quello del  ferro che saliva dalla forgia e entrava nelle narici.  Tra Corso Cavour e piazza san Francesco, si udiva in modi distinto anche il suono quasi incessante dell’incudine sul ceppo di legno, che  riempiva l’aria. Era un suono ritmato e cadenzato da un colpo di martello sull’incudine e un altro sul ferro incandescente.

Roberto Menichelli

Roberto Menichelli

Hai nostalgia di quella bottega da mascalcia?
Gli brillano gli occhi: «Come si fa a non avere nostalgia! Mi piange ancora il cuore, perché era un pezzo di storia di Foligno che resta documentata solo in queste foto. Risento il rumore della mazza che, colpo dopo colpo, dava una forma, piegava e modellava fino a farlo diventare un ferro di cavallo. Confesso che ho pianto quando la bottega è stata venduta. Di proposito, non sono più passato in quella zona, perché mi ricorda l’infanzia e l’adolescenza, soprattutto le  mani massicce di mio nonno e di mio padre, che battevano sull’incudine e si muovevano con agilità sull’unghia dei cavalli».
Quanti cavalli, muli e asini sono transitati in via del Campanile?
Allarga le braccia: «Impossibile immaginare il numero, specie  di cavalli, transitati in via del Campanile. Storicamente, in quegli anni l’arte si sovrapponeva in parte a quella del fabbro: i ferri erano forgiati al momento e su misura, secondo le necessità degli animali.  Gli attrezzi erano un coltellaccio, un martello  per ribattere i chiodi della ferratura precedente, una “tanaglia” per rimuovere il ferro vecchio, una serie di tenaglie per accorciare l’unghia e raspe per il pareggio del piede. Tutti rigorosamente costruiti a mano da mio nonno e usati per tanti anni».

cEra un’antica arte, quella di forgiare i ferri per il “manicure” degli equini, andata ormai quasi perduta dopo la disponibilità in commercio di ferri già pronti.  Roberto ricorda che la bottega era illuminata da una fioca lampada elettrica, anch’essa annerita dal fumo della forgia.  Durante il giorno, gracchiava spesso una radio transistor che trasmetteva canzoni e notizie, tenendo compagnia ai due maniscalchi. Immancabile, un boccione di vino per offrire da bere ai clienti, nella maggior parte contadini, spesso soprannominati con vezzeggiativi.   La bottega di Menichelli era anche un punto di ritrovo dove la gente discuteva di bestiame, di campagna, di cronaca, di politica, di donne e di tante altre cose.
Che cosa è la mascalcia oggi?
«E’ una passione senza tempo -conclude Roberto- ma siamo rimasti in pochi a destreggiarci tra fuoco e chiodi.  Un mestiere antico che s’impara solo vedendo un maniscalco al lavoro. Io sono un maniscalco “volante”, nel senso che non avendo più la bottega viaggio con il furgone attrezzato da fucina mobile e vado dove mi chiamano, anche la domenica. Giro per tutta l’Umbria e anche fuori regione. Ferro soprattutto cavalli da concorso ippico o da passeggiata.  Metto sempre tanta onesta passione nel lavoro, esattamente come facevano nonno e papà».   Subito dopo, ci saluta con gli occhi lucidi.

© Vietata la riprodizione di teso e foto – Tratto dal periodico ECO -speciale Quintana della sfida di Giugno-  in distribuzione gratuita presso l’Azienda di Turismo, Biblioteca comunale, Liberria Luna e molti esercizi pubblici
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Written by Gilberto Scalabrini