Dal nostro inviato speciale LUCIA SMURRA
Foto di STEFANO PREZIOTTI

1FOLIGNO, 9 giugno 2019 – La Giostra della Quintana è per i folignati una grande passione, solenne ed emozionante, una fede che affonda le proprie radici nel lontano 1613, quando si svolse la prima sfida fra i cavalieri della Rosa e quelli del Giglio. Dopo tre secoli di oblio, fu rispolverata nel 1946, a guerra appena finita. Nel corso di questi 74 anni, la manifestazione è stata perfezionata in tutti i settori e oggi è uno spettacolo unico al mondo.  E’ lo spettacolo di un popolo in festa che lo vive, lo organizza, lo soffre e lo esalta tutto l’anno: in modo intimo, geloso, riservato, scontroso. Infine, se lo gode coralmente, sia la sera della sfilata del corteo storico, sia quando inizia la corsa “furente” del proprio portacolori al campo de li giochi.
E’ in quel momento che un’intera città impazzisce e il popolo quintanaro rischia l’infarto, perché il binomio scatena sempre follia,  rabbia, gioia, speranza e tripudio. Infine, la folla colorata in delirio esulta insieme per la vittoria della propria contrada o piange per la sconfitta del cavaliere davanti al dio Marte. Questa olimpiade di antico regime, i folignati la sanno guardare, gridare, urlare, incitare e delirare.

Il cavaliere Daniele Scarponi del rione Spada

Il cavaliere Daniele Scarponi del rione Spada

Nel suo insieme, la Quintana non si vede, ma si vive tutto l’anno, in particolare la sera quando sono aperte le taverne. I caratteristici locali del 1600, sono il cuore pulsante dei dieci rioni, ma anche ritrovo per migliaia di visitatori. Il turista che vi assiste, vive la gioia di un popolo in festa e gode la sera del corteo storico dello straordinario spettacolo offerto dalla policroma tavolozza delle insegne, delle allegorie, dei costumi, delle armature, della bellezza delle dame e del tambureggiare degli zoccoli dei cavalli nel centro storico. Al campo de li giochi è un’altra storia, perchè si assiste tutti insieme alla precisione e alla tecnica delle migliori dieci lance d’Europa che si contendono il Palio in sella a veloci cavalli purosangue. Anche i meno esperti, si rendono conto che la festa è preparata, sofferta e sognata per molti mesi, sia a Giugno sia a Settembre. L’amore dei contradaioli (senza distinzione anagrafica) esplode ogni volta per il proprio Rione, ma soprattutto per l’amore verso Foligno e le dieci contrade che la città comprende e abbraccia tutte.
La Quintana moderna fa riferimento al primo Palio del 1946. Era il 15 settembre di 74 anni fa, quando la città si riempì di colori e di suoni per celebrare l’85° anniversario della Società di mutuo soccorso fra operai, agricoltori ed altri cittadini.
A proporre l’evento, fra le diverse ipotesi per i festeggiamenti, fu il socio Emilio De Pasquale, assiduo frequentatore della biblioteca. Egli prese in mano, fra gli ingialliti documenti storici, quello di Ettore Tesorieri del 1613. Lo incuriosì un quesito dal vago sapore politico.
I Signori Priori della città, infatti, si erano invischiati in una delicata questione, che rischiava di trasformarsi in uno “ostinato et strano litigio”. Volevano sapere se il cavaliere era più fedele al Principe o alla sua dama. Per evitare un ricorso alle armi, fu organizzata nel mese di Febbraio una giostra alla quale furono ammessi solo nobili. Un artista fiammingo scolpì e dipinse la statua dell’Inquintana o Saracino giunta fino ai nostri giorni. I partecipanti furono divisi in due fazioni: cavalieri della Rosa per la dama e cavalieri del Giglio per il Principe. Ciascun cavaliere durante la giostra doveva colpire il simulacro così forte da spezzare la lancia. A seconda della parte colpita fu assegnato il seguente punteggio: 4 botte per gli occhi, 3 dai cigli in su e 2 dai cigli alla bocca. Sappiamo che prevalse il nobile Bartolomeo Gregori del rione Croce Bianca.
E’ rimasto, però, il dubbio per chi parteggiò il Gregori. A noi piace pensare che fu fra i cavalieri della Rosa. Il testo, già descritto nel 1906 dall’erudito folignate monsignor Michele Faloci Pulignani, grande cultore della storia cittadina, appassionò il De Pasquale che  lo propose per la rievocazione del 1946. Il corteo storico e la giostra, entrambi molto abborracciati e con costumi presi in prestito nelle sartorie teatrali di Roma e Firenze, furono comunque l’occasione per ritrovare l’armonia fra la gente.

Il Presidente della giuria di gara, Mariano Angioni

Il Presidente della giuria di gara, Mariano Angioni

La città, pur “ferita” e afflitta dai lutti e dalla devastazione degli eventi bellici dell’ultimo conflitto mondiale, rispose all’evento. Il nuovo regolamento stabilì che i cavalieri non dovevano più colpire la statua, bensì infilare con la lancia una serie di anelli nel minor tempo possibile, evitando di abbattere le bandierine che delimitavano la pista.
Nel corso degli anni, il regolamento è stato migliorato o oggi quella magia si ripete sempre uguale, eppure ogni volta diversa.
La pista dove scendono in gara i binomi è curata nei minimi particolari, quindi sicura, perché l’obiettivo è sempre lo stesso: i cavalli non devono farsi male, per nessuna ragione. E quando disgraziatamente succede, è dolore, è lutto, è pianto per tutti.
Il campo de li giochi, intitolato a due mostri sacri delle giostre, Marcello Formica e Paolo Giusti, è il “Teatro della Giostra”.
La pista ha la forma di un otto e si sviluppa per 754 metri di lunghezza, delimitata da una serie di bandierine. All’intersezione delle due diagonali, è posta la statua, una riproduzione del simulacro originale. Sul braccio sinistro sostiene uno scudo con le insegne della città, il Giglio e la Croce; su quello destro disteso all’esterno,  impugna sulla mano un gancio al quale sono appesi gli anelli. Il cavaliere li deve infilare al galoppo, quindi occorrono grande perizia e precisione, che si ottengono con un costante allenamento. La lancia pesa dai 2 ai 3 Kg e gli anelli delle tre tornate hanno diametri diversi: cm 6 nella prima, 5,5 nella seconda e 5 nella finalissima. E’ un eufemismo, ma alla velocità del binomio di 60 Km/h, i cerchietti da infilare sono per il cavaliere poco più grandi di una fede nuziale. Il portacolori, infatti, non mira al bersaglio, deve solo imboccare la curva verso la diagonale in modo puntuale, puntare la lancia all’altezza del dio Marte e carpire l’anello.

anello001 Nella prima giostra del 1946, furono usate le lance reperite presso il primo Reggimento di Artiglieria e cavalleria della città. Il percorso di gara era ovale e a giostrare erano ronzini che impiegavano anche 3 minuti nel compiere il giro. Solo nel 1950, il Campo assunse le sembianze attuali e anche le lance furono forgiate nelle officine degli artigiani.  Hanno un diametro mm. 24-26 e l’impugnatura è a cm. 160 – 170 dal puntale.
Il Campo de li giochi, prima di diventare il “teatro della giostra”, quindi utilizzato solo ed esclusivamente per le due manifestazioni seicentesche, è stato impiegato per una quarantina d’anni anche dal Foligno Calcio. E’ stata una convivenza spesso difficile, tanto che negli anni 1980 si cominciò a parlare del “Progetto Portoghesi”.
L’idea progettuale fu adeguata anche in base alle disponibilità economiche con un intervento a doppia firma di Paolo Portoghesi e Pietro Battoni, di cui è stato attuato il primo stralcio, con la costruzione della tribuna che accoglie i figuranti. Nella versione attuale, il Campo de li Giochi può ospitare circa ottomila spettatori.
La grande festa della terza città dell’Umbria è anche cultura e socializzazione.  In fondo, la Quintana è come una mamma che si occupa dei suoi figli da quando sono piccini. E’ una mamma che rincuora e  rimprovera.  C’è poi  quel fazzoletto al collo, con i colori dei Rioni, che è la poppa alla quale i contradaioli si attaccano speranzosi, e alla quale attaccano, a loro volta, il ciuccio beneaugurante e festoso quando si va al campo de li giochi per vincere l’oggetto del desiderio: il  Palio!

© Riproduzione vietata. Articolo punnlicato suil periodico ECO speciale Giostra della Sfida 2019, in distribuzione gratuita presso Azienda di Soggiorno, Biblioteca conunale, Libvreria ex Luna e in molti esercizi pubblici (196)

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Written by Gilberto Scalabrini