Dal nostro nviato speciale GILBERTOPSCALABRINI

1FOLIGNO, 10 settembre 2019 – C’è un angolo del centro storico di Foligno, dove il tempo si è fermato a Gutenberg. Qui, in via via della Rosa, un vicolo che collega via Mazzini con Piazza San Francesco, “dorme” un prestigioso torchio del 1840. E’ quello con il quale Alessandro Manzoni, dopo la revisione linguistica del suo capolavoro letterario, ordinò la ristampa dell’edizione detta “Quarantana” dei Promessi Sposi, ricca di illustrazioni. Lo fece dopo aver trascorso dieci anni a Firenze, città prediletta della Toscana. Manzoni individuò nella lingua fiorentina una sorta di egemonia culturale, quella più adatta al suo scopo. Lo scrittore corresse quindi in fiorentino la seconda edizione de “I Promessi Sposi” uscita dal torchio che si trova a Foligno. E’ tutto in fusione di ghisa e ferro ed è di proprietà della Tipografia Sociale, ci cui è titolare Enrico Pellegrini. «E’ ancora perfettamente funzionante -ci spiega con orgoglio- dopo che è stata replicata, dal signor Antano, la grossa vite che si era rotta. Molti turisti che transitano davanti alla nostra tipografia, si fermano, osservano curiosi e quando li invitiamo ad entrare restano impressionati da queste antiche macchine e le osservano con grande curiosità, perchè sono veri cimeli».

2La Tipografia Sociale, nata nel 1870 ad Ancona, è fra le più vecchie dell’Umbria ed è l’unica rimasta nel centro storico di Foligno. Ci sono esperienza e manualità, anche da parte di Nicola, il giovane figlio di Enrico, che vede nel papà un imprescindibile punto di riferimento. Nicola usa il computer, ma se gli chiedi di mettersi al lavoro sulla Lynotype, la grande macchina per scrivere che fonde le singole lettere in piombo, non ha problemi. La sa usare benissimo. Per la Linotype, però, mancano i clienti, gente disposta ad ordinare la stampa di un libro come ai tempi di Gutemberg e fino agli anni 1990. Inoltre, bisogna stamparne almeno 1.000 copie, mentre oggi, con la stampa digitale, se ne possono ordinare anche 10 e portarli in libreria. Costano pochi Euro e se lo possono permettere quasi tutti. «Certo, non è la stessa cosa -spiega Enrico- perché la stampa offset è precisa, richiede la preparazione della matrice iniziale e si basa sul principio di repulsione chimica e fisica tra acqua e inchiostro. La stampa digitale, invece, consente di stampare file direttamente dal computer, non necessita di settaggi preliminari e usa polvere di inchiostro, quindi il libro non è destinato a durare nel tempo».

3«Noi continuiamo anche con la stampa a mano, non per folclore, ma perché è la tecnologia migliore per la chiarezza di lettura: è il nostro modo per essere ancorati al presente. E’ questa la magia del mestiere del vecchio tipografo – spiega Nicola- perché non era un mestiere, bensì una passione, che ti entrava nel cuore». Lo dice ricordando il lavoro del papà, anzi, la lotta quotidiana al refuso e le giornate passate a spostare di pochi millimetri un rigo per ottenere la giustificazione perfetta. E poi il nero dell’inchiostro, che doveva essere nero ma non troppo. Oggi, questi cimeli sono destinati a essere spazzati via dal vento della modernità, gettati come ferro vecchio. E’ già accaduto nel 2013 in un’altra tipografia della città. Fortunatamente, però, Gutenberg esiste ancora. E’ Enrico Pellegrini. «I caratteri elettronici sono perfetti -commenta- ma senza anima. Sono solo fantasmi, quindi imparagonabili a quelli stampati a mano. Per evitare di cancellare anche l’ultimo pezzo di storia della nostra città – è l’appello di Nicola- bisognerebbe trasformare questo locale dove sono in affitto in una scuola-lavoro e accogliere studenti o persone interessate a capire il funzionamento della vecchia officina tipografica. Si potrebbero allargare gli spazi -se il Comune è d’accordo- del museo della stampa, che ha già qualche macchina della Mancini & Valeri».

4Enrico Pellegrini parla anche di corsi rivolti ai giovani, non solo per scoprire come si assemblavano titoli e lettere di piombo per impaginare i giornali, ma anche per capire la passione, l’impegno e la competenza dei vecchi tipografi. Si sporcavano d’inchiostro, ma tiravano fuori il fascino della carta stampata. «Sulla leva del torchio occorreva imprimere la giusta pressione –aggiunge Nicola dall’alto della sua esperienza- altrimenti la stampa veniva male e c’era da cambiare subito il foglio e riprovare». Il torchio manzoniano del 1840, fu regalato dal Marchese Filippo Villani, fervente repubblicano, alla Tipografia Sociale di Ancona che, nel 1870, stampava un giornale chiamato “Lucifero”. Il nome della testata la dice lunga sui contenuti degli scritti vicino alle idee di Mazzini e Garibaldi, tanto che fu spesso censurato e contrastato dalla Chiesa. Durante le vicende belliche del secondo conflitto mondiale, il proprietario della Tipografia dovette sfollare a Fabriano e si portò dietro anche il torchio.

5Qui conobbe una folignate che poi sposò e subito dopo la guerra decise di trasferire la propria attività in Umbria, appunto a Foligno. Per molti anni, il torchio continuò a lavorare con i caratteri mobili e i cliché di legno e zinco. «Una procedura –racconta con occhi vivaci Nicola- che richiedeva pazienza ed estrema precisione, perché bisognava realizzare tanti blocchetti metallici secondo un ordine ben preciso e, dopo la stampa, scomporli per riutilizzarli in una nuova combinazione …altro che computer, con quello non si potrebbe mai fare». Nella vecchia tipografia ci sono ancora i banconi in legno, con infiniti cassetti pieni zeppi di caratteri mobili al posto del libro font digitale, e tante macchine che hanno fatto la storia dei libri. Oltre alla Linotype, alla pedalina degli anni 1920, è ancora funzionante Export modello ferroviario (così chiamata perché viaggiava manualmente su due binari), una Nebi automatica, l’offset monocolore e, al piano superiore, i pezzi di una pedalina del 1900, andata distrutta negli anni 1980.

«Questa tipografia ha tutte le carte in regola -commenta Enrico Pellegrini- per essere trasformata in un museo. Io sarei disponibile ad aprire la bottega alle persone che desiderano conoscere l’arte della stampa anche la domenica. Che cosa vorrei in cambio? Solo un contributo indiretto da parte del comune per alleggerire le tasse». Ci sembra una proposta allettante, perché viviamo nell’età del turismo e l’arte della stampa potrebbe essere spesa bene dal Comune per valorizzare il patrimonio artistico e culturale. D’altronde, Foligno vanta una grande tradizione tipografica: nel 1472, il tipografo tedesco Giovanni Numeister da Magonza, impresse, su un torchio di legno e con i caratteri mobili, le prime 300 copie della Divina Commedia. La carta gli fu fornita dai monaci benedettini che avevano una gualchiera a Pale. Purtroppo, la quasi totalità degli esemplari è andata distrutta. Oggi se ne contano al mondo solo cinque copie. Verso la metà del 1473, il Numeister, non potendo far fronte agli impegni finanziari, contratti con la famiglia Orfini per i locali presi in affitto, e gli altri creditori, fu imprigionato e morì povero a Lione nel 1522. Fra le tipografie che hanno operato nel corso dei secoli dal XVII al XIX, un cenno particolare meritano quelle dei Campitelli, di Pompeo Campana, di Giovanni Tomassini, di Fracesco Salvati.

6La tipografia Campitelli è vissuta più di due secoli; essa, oltre i famosi lunari, ha fornito una produzione libraria di grande valore storico e artistico. Un’altra tipografia che a Foligno ha fatto storia, è stata quella di Mancini & Valeri. Era in via Gramsci fino al 2013. Ha chiuso subito dopo la morte dell’indimenticabile Cesare Gabrielli. Anche la tipografia Mancini & Valeri ha attraversato tutte le più importanti tappe dell’arte della stampa. La storia inizia nella prima metà dell’Ottocento, quando in via Vignola c’era la “Tipografia degli orfanelli”. Era chiamata così, perché insegnava il mestiere a tanti bambini rimasti soli al mondo. Poi, nei primi anni del Novecento cambia ragione sociale e diventa la “Tipografia Cooperativa”. Ci sono quattro soci che firmano una cambiale di 12.000 lire. Due di questi, si ritirano dalla società poco dopo e mandano avanti la bottega gli altri due soci, gli artigiani Mancini e Valeri.

Nel 1949, la tipografia si trasferisce in via Gramsci e negli anni 1980 la rilevano altri imprenditori: sono Cesare Gabrielli, Palmiro Filippucci e Marco Ambrogioni. In omaggio ai vecchi titolari, non cambiano ragione sociale. Cesare, addetto allo sviluppo e montaggio delle pellicole su carta millimetrata, è preciso e pignolo. Ambrogioni crea le pagine da stampare e Filippucci è il macchinista. Marco è arrivato in tipografia quando aveva ancora i calzoncini corti. «Qui, per molti anni, ogni settimana –racconta Palmiro Filippucci- abbiamo stampato il settimanale cattolico più vecchio dell’Umbria: La Gazzetta di Foligno. Dai nostri tipi sono usciti anche tanti libri importanti, fogli, giornalini e i primi manifesti della Giostra della Quintana».

Dopo la chiusura, alcuni pezzi dell’ex tipografia, come caratteri tipografici in piombo e legno che risalgono all’Ottocento e ai primi anni del Novecento, fregi datati tra Settecento e Ottocento che non si trovano più sul mercato, sono finiti nella nuova sezione del Museo dello stampa di Palazzo Deli, allestita come laboratorio per le scuole. L’operazione è stata resa possibile grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno. Molti ragazzi della città, in visita al museo della stampa, hanno potuto comprendere il vecchio equilibrio armonico fra la tipografia, l’impaginazione, i caratteri, i bianchi e i neri che aveva un unico obiettivo: far incontrare l’autore e il lettore. Quando questo accadeva, ogni sacrificio aveva un significato importante. Noi ricordiamo ancora il rumore infernale della linotype, i banconi in legno e l’odore pungente dell’inchiostro sulla carta. (136)

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Written by Gilberto Scalabrini