Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1Foligno, 17 novembre 2019 –   Un uomo per tutte le stagioni. Si alza sempre all’alba per andare in montagna, fra le creature del bosco, tutte affascinanti e misteriose. Ritorna a casa a mezzogiorno, dopo ore di cammino fra Aceri, Querce, Faggi e altri alberi, portando al seguito il suo cesto pieno di funghi profumati, bacche deliziose per le marmellate, pregiati tartufi neri e erbe officinali. Terminata l’escursione, si mette ai fornelli e cucina magistralmente il “bottino” per amici e parenti.  Il solitario cacciatore di funghi, che ama la neve dell’inverno, i profumi della primavera, l’ombra dell’estate e i fantasmagorici colori dell’autunno, è un folignate, si chiama Maurizio D’Amato. Chi lo conosce bene, afferma che Maurizio è come l’acqua dei torrenti: puro, trasparente e impetuoso al tempo stesso.

2«E’ una passione che coltivo sin da bambino –racconta- e adesso sono diventato un esperto. Mi ha insegnato a riconoscere i funghi e le erbe, il padre di un mio amico, Feliciano Casini. L’ho seguito sui monti da quando avevo dodici anni e adesso che ne ho 61 posso dire di riconoscere subito il fungo commestibile da quello velenoso. è importante imparare a vedere le piante con razionalità, studiandole. Sforzandosi di riconoscere quali specie di alberi si relazionano con quali tipi di funghi, creandosi così una propria mappa mentale. Un proprio piccolo atlante. Ogni giorno percorro dai 15 ai 20 chilometri a piedi. Conosco i posti dove non passa mai nessuno o quasi, perché sono luoghi impervi, difficili da raggiungere anche per i viaggiatori più avventurosi e intrepidi».

Con un passo sicuro e veloce tra i boschi e i prati, Maurizio vive da cinquanta anni la montagna con pazienza, ostinazione e sopportazione. La conosce come le tasche dei suoi calzoni e la vive con amore, perché –sottolinea- «è una scuola di valori. Bisogna però fare attenzione alle nebbie che calano all’improvviso o a temporali e grandinate che arrivano quasi sempre senza preavviso». Racconta la sua montagna con fascino e molte strade e sentieri sono segnati solo dai suoi passi. Non usa carte topografiche e bussola. Ha il GPS nella sua memoria fotografica, un vero touch nel quale scorrono tutte “mappe” che gli consentono di spostarsi senza perdersi. Ogni volta, con la sua Google Maps mnemonica, la caccia ai funghi è sempre fruttuosa. Descrive con emozione storie come facevano una volta in montagna i nostri nonni attorno al fuoco.

3Come si chiama il monte dove ti rechi spesso? «E’ il monte Cavallo, nel territorio del comune di Sellano, dove nel periodo autunnale si raccolgono i Turrini e i supplimati, che è possibile incontrare anche in primavera. I primi a nascere sono i Prugnoli. Spuntano per san Giorgio, il 28 aprile, poi a seguire gli ovoli a ferragosto e a settembre, se la stagione non è secca. Oltre ai Turrini, sul monte Cavallo ci sono Porcini e Galletti. Crescono nei pascoli, ma anche in ampie radure ai margini del bosco, in zone umide». Gli altri monti quali sono? «Il monte Subasio e la catena dei Sibillini a Castelluccio di Norcia. Tempo fa, a quasi 2.000 metri, sullo Scoglio dell’aquila, ho trovato un fungo mai visto. L’ho portato a far vedere ai micologi, ma nessuno ha saputo darmi una spiegazione. Solo l’amico Luciano Loschi, Presidente del Gruppo Micologico Naturalistico folignate e dell’Accademia italiana piante spontanee, dopo quattro giorni mi ha dato il nome: Flocularia Luteovirens. E’ un fungo bellissimo ma assai raro in Umbria, perché nasce su alture esposte al sole tra pietraie e pochissimo prato, come le Alpi. In quel punto della montagna ce n’erano molti, ma io ne ho colti pochi, perché non lo conoscevo e non mi sono fidato».

4Ogni creatura del bosco ha il suo periodo? «Certo. Gli asparagi li trovo sulle radure da Marzo a Maggio; i funghi da Maggio a Settembre; le lumache dalle prime gelate di Novembre a Febbraio. Le erbe spontanee in primavera e autunno. Da Giugno ad Agosto i tartufi. Nella ricerca del tubero nero mi aiuta Mida, il mio compagno di viaggio nei boschi. E’ un cane di razza Lagotto Romagnolo. Ha un fiuto straordinario». Chi ha addestrato Mida? «L’ho educato io. Le prime volte gli facevo annusare il tartufo e poi gli nascondevo il tubero nel bosco. Mida ha subito recepito l’addestramento e ogni volta riceve il premio cui tiene molto, il biscotto per cani. L’ho chiamato Mida, come il re, perché qualsiasi cosa che tocca, si trasforma in oro». Qual è la ricerca del fungo più difficile? «Certamente il Prugnolo, perché lo devi cercare a tastoni, in quanto si nasconde fra arbusti e pruni da cui prende il nome. Fa la sua prima apparizione verso la fine di Aprile, per festa di San Giorgio, e si trova in zone con clima tiepido confinanti con i boschi di latifoglie». Quali sono i funghi più pregiati? «Ognuno di noi può farsi da solo un’opinione sulla squisitezza dei vari funghi mangerecci. Permettetemi però di stilare una classifica dei funghi migliori da mangiare in assoluto: Prugnoli, Ovoli e Porcini».

5Il Principe dei fungaioli umbri non fa mistero che quando un’annata è buona, si può fare affidamento anche sulla dea bendata e ritrovarsi in una zona ricca di funghi per puro caso. Quando invece non piove molto, com’è accaduto quest’anno, allora conta la tecnica di ricerca e l’esperienza «ma capita spesso di fare… somaro». Una metafora tutta folignate, che ha una forte carica espressiva per sottolineare che la giornata è andata male. Oggi, però, davanti a noi sfoggia il suo cesto di prelibati porcini. Si vanta del bottino “catturato” ma, da buon fungaiolo, non rivela mai i luoghi della caccia di queste golose prelibatezze. O meglio, non li rivela a tutti, perché con gli amici si confida, addirittura li porta spesso con lui, ma dopo alcuni chilometri di cammino, molti si fermano alla prima radura. Come se avessero terminato il “carburante”. «Seguirmi non è facile –spiega- perché il mio passo è veloce e il mio occhio molto attento. Dove procedo io, è difficilissimo che si possano avventurare altre persone, perché non sono zone facili. Io ho una grande conoscenza dei luoghi e soprattutto sono allenato a sfidare anche i luoghi più impervi».

1Così, mentre gli amici sostano nella radura a raccogliere i funghi e a fare merenda, Maurizio prosegue in solitaria attraverso incomprensibili percorsi. Come un camoscio, s’inerpica con grande agilità e non si ferma neppure quando resta impigliato in qualche rovo di spine. Magari si graffia tutto, ma prosegue incurante del dolore. Un lusso che può permettersi anche grazie al suo fisico asciutto e longilineo. Pesa solo 61 chili. Solo in inverno arriva a spostare sui 68 la lancetta della bilancia, perchè le sue camminate si riducono a pochi chilometri. E’ anche un inguaribile romantico, perché nel silenzio della montagna, gli piace ascoltare a tratti gli strilli dello scoiattoloi, i queruli o squillanti richiami del fagiano e del merlo; il grido di una civetta o l’improvviso stridio di una poiana in volo radente sul crinale. E’ musica per le sue orecchie anche il cigolio di rami piegati nel vento, una voce remotissima di acque correnti, l’avanzare di un cinghiale, lo strisciare fra l’erba di una vipera e il fruscio di foglie secche sotto i suoi passi. Se il rumore dominante sarà questo, Maurizio D’Amato capisce che sarà ormai inverno. Lo riconosce dall’odore dei tronchi bagnati o anche marcescenti e si prepara ad andare per erbe campagnole. Cosa porti con te per possibili incontri sgradevoli: un bastone, un coltello? «Nulla. Solo il cestino in vimini. Ho incrociato anche i cinghiali, ma io ho proseguito per la mia strada e loro hanno tirato dritto». E’ vero che sei un cacciatore pentito? «E’ vero! Una volta andavo a caccia, poi ho capito che non serve a nulla sopprimere delle vite e così ho appeso il fucile al chiodo. Amo la natura e sono felice quando vedo un bel prato o un bosco, dove trascorrere le mie ore, lontano dal caos della città. Non amo frequentare i bar o ciondolarmi inutilmente qua e là. Ogni volta è per me un’emozione riscoprire la meraviglia di ciò che ci sta intorno».

Sei anche un ottimo cuoco? Sorride divertito: «Cucino tutto ciò che raccolgo con queste mani. La cucina è la mia passione e mi sono sempre dedicato ai fornelli. Gli amici mangiano volentieri quello che preparo». Perché ti chiamano scherzosamente “lu Miciu”? «Non è un soprannome, bensì un diminutivo del mio nome. Mi chiamo Maurizio, ma mio fratello più piccolo, quando ha iniziato a parlare non sapendo pronunciare bene il nome, mi chiamava Miciu…così dal 1965 mi porto dietro questa simpaticissima derivazione morfologica del nome. Anche a scuola gli insegnanti mi chiamavano Miciu». E Miciu non torna mai a casa a mani vuote, perché in ogni stagione c’è sempre qualcosa da raccogliere nei nostri boschi. Si chiama Foraging ed è l’attività di andare a cercare in luoghi incontaminati la nostra identità gastronomica. Insomma, è come fare la spesa nella natura, senza spendere nulla, ma traendo tutti benefici del cibo “selvatico”, per poi condividerlo a tavola con gli amici e gioire di profumi e sapori come una volta.

Pubblicato sul numero di ECO -speciale Autunno 2019- supplemento di Umbria Cronaca 0Riproduzione di testo e foto vietate (268)

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Written by Gilberto Scalabrini