Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1Montefalco, 27 novembre 2019 – Quelle scarpe, spesso malconce per la strada che avevano fatto, le affidavano a Pierino con il cuore un po’ triste, perché non avevano sempre il ricambio. E lui, che si chiama Pietro Nocchi, agricoltore e ciabattino per passione, col suo camice che sembrava rubato all’atelier di un pittore, macchiato di lucidi multicolori e intriso di odori acri, sorrideva sempre dicendo di ripassare fra qualche giorno. Con gesti sapienti, un po’ di colla per la tomaia e un colpetto col martello sul deschetto, anche il tacco tornava a chilometri zero. Pietro è stato l’ultimo calzolaio di Montefalco. La sua bottega, se così può chiamarsi l’angusta stanza dove ancora oggi aggiusta qualche paio di scarpe per la sua famiglia e gli amici, è in vocabolo Ruicciano, al confine con il comune di Trevi.  Qui, le acque del fosso omonimo, che scorre a nord di Cannaiola, danno vita, insieme ai torrenti  Tatarena e Cocogne, al fiume Teverone. Incontriamo Pietro Nocchi nella sua casa. Con lui ci sono la moglie Pierina, la suocera Ginevra di 102 anni e alcuni amici.  Prima dell’avvento del consumismo, tutto il mondo contadino transitava ai piedi dello scarparo e ancora oggi la sua bottega è ricca di attrezzi e odori. Sulle pareti scolorite dal tempo, fanno bella mostra di se vecchi  poster di giornali con donne prosperose e succinte. Un tempo, la bottega di Pietro era anche un punto d’incontro per i contadini: si chiacchierava del più e del meno e le  brevi soste rappresentavano di fatto il modesto ma vivace “caffè letterario dell’artigiano”.

2«Fino a venti anni fa –racconta- un calzolaio era quasi sempre dietro l’angolo e aveva la soluzione nelle mani per ogni problema. Oggi, il ciabattino sta andando nel dimenticatoio, è in via di estinzione, perché quest’antico e bel mestiere non lo vuole fare più nessuno. Non è più redditizio. E’ incerto per i giovani.
Con l’invenzione delle scarpe in gomma è cambiato tutto. Nessuno oggi chiede dalle nostre parti di farsi cucire le scarpe in modo artigianale».
Lei dove ha imparato l’arte dello scarparo?
«Ho frequentato all’età di sette anni uno dei quattro calzolai di Cannaiola, dove ho appreso il mestiere, ma all’epoca si faceva solo qualche riparazione. Ricordo che i mezzadri ti pagavano quando riscuotevano i soldi della stagione agricola. Se andava male, non ricevevi nulla. Da giovane, per sbarcare il lunario, ho lavorato anche come bracciante agricolo, poi ho coltivato i miei campi».
Quante scarpe nuove ha confezionato?
«Tante, ma non mi ricordo. Soprattutto scarponi per i contadini, belli robusti, perché dovevano durare ed essere utilizzati sui campi, sia in inverno sia in estate. Prima del carro armato, sulla tomaia mettevo i chiodi. Era una bella fatica cucirle a mano, soprattutto bisognava fare attenzione all’orlatura. Lo spago era passato prima nella cera in modo tale che sfilava bene nelle varie cuciture. Poi sono arrivate le macchine per cucire. Una volta si costruivano le scarpe anche con i mezzi numeri. Oggi non esistono più. Dà più fastidio la larghezza che la lunghezza della scarpa … il piede deve essere trattato bene.  Oggi le scarpe nuove hanno tante debolezze».

3Mi racconta un aneddoto?
«Un giorno un contadino mi disse che aveva domato le mie scarpe. Chiesi come aveva fatto e lui mi rispose che la moglie, dopo aver tolto l’erba dal caldaio con l’acqua bollente, c’infilò gli scarponi  e ammorbidì il cuoio, …risolvendo il problema».
Pietro ci va vedere anche le tante forme di legno delle scarpe, che servivano a dare la sagoma alla tomaia.
«Molte  le ho comprate da un vecchio calzolaio che è morto, ma  erano troppe per la mia bottega, così l’inverno scorso diverse le ho bruciate sul focolare».
Prima di lasciarci andare via, ritorna sui suoi passi per chiarire e precisare meglio: «Più che scarpe nuove, ho riparato scarpe vecchie. Era la parte più consistente del lavoro. Farsi confezionare un paio di scarpe nuove, infatti, costava molto di più che ripararle. Si possedeva un solo paio di scarpe rinforzate nella suola e nei tacchi con i chiodini. Quando i campagnoli dovevano recarsi in paese, facevano buona parte del tragitto scalzi, con le scarpe a penzoloni sulle spalle legate per i lacci, indossandole solo in prossimità del centro abitato. Ciò per limitarne l’usura».

4Oggi lavora ancora per passare il suo tempo?
«Faccio qualche lavoretto per gli amici, perché la salute non mi consente più di essere attivo come una volta.  C’erano giornate, soprattutto d’inverno, che m’impegnavano anche dopo cena. Per me era un piacere…».
Questo “gagliardo” nonnetto di 88 anni ci ricorda il film “L’albero degli zoccoli”, il capolavoro di Ermanno Olmi, perché ci ha fatto rivivere il tempo della civiltà contadina, all’insegna del pudore e della dignità, dove le cose piccole spiegavano le cose più grandi.   © Riproduzione di testo e foto vietate (82)

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Written by Gilberto Scalabrini