Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1Assisi, 25 dicembre 2019 – Non è un presepe di guerra, ma realizzato con pezzi di residuati bellici della grande guerra 1915-1918, che ha visto morire al fronte tanti mariti e fratelli. Frammenti di schegge, granate, bombe a mano, chiodi, un gratta ghiaccio e tanto altro che la guerra ha lasciato in giro nel suo orrido percorso di sangue, sono stati raccolti, puliti e assemblati a semplici di figure presepiali per ricostruire la natività. L’elaborazione, anzi sarebbe più esatto parlare di design, è opera di Manlio e Silvia Morassi. Sono di Cercivento (Udine), un comune del Friuli-Venezia di 700 anime. L’ambientazione ha richiesto molta manualità e inventiva. Ed è questo il particolare che rende il loro presepe davvero unico nel suo genere. Oltre ai Morassi, hanno partecipato alla mostra organizzata dai Priori del piatto di sant’Antonio, tanti altri affermati presepisti. Si tratta di piccole opere d’arte in miniatura, provenienti da varie regioni italiane.

2La mostra, inaugurata l’8 dicembre scorso, resterà aperta fino al 20 gennaio 2020, con orario dalle 10/ 13 e dalle 16/19. Ingresso libero. E’ allestita al primo piano del palazzo del Capitano del Perdono, a santa Maria degli Angeli. E’ una mostra da non perdere, perché la fantasia di molti artisti si è tanto sbizzarrita nel ricostruire un microcosmo di fascino, magia e tradizione. Da vedere anche i molti disegni dei bambini della scuola elementare e media della zona, che hanno rappresentato –secondo la loro fantasia- la rievocazione dell’ormai famoso piatto di sant’Antonio Abate. La tradizione è nata nel gennaio del 1860, quando una grave epidemia fece strage di cavalli nelle scuderie delle stazioni di posta. All’epoca, santa Maria degli Angeli era via di transito dei postiglioni postali tra Firenze e Roma.

34Allora, i padroni si rivolsero a sant’Antonio Abate, pregando i frati della Porziuncola di fare un triduo. La pestilenza fu sconfitta e venne celebrata con grande solennità la processione e distribuito un pranzo ai poveri, che prese appunto il nome di piatto di sant’Antonio. Ancora oggi i ristoranti di santa Maria lo cucinano ai fedeli in occasione della festa, quando accorrono a decine per prendere parte, con cani, gatti, cavalli, canarini, conigli e perfino qualche rettile, alla benedizione degli animali.

  (170)

Share Button

Written by Gilberto Scalabrini