Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

A1Sant’Anatolia di Narco, 19 febbraio 2020 – Con un viso liscio e luminoso, va dietro il piccolo gregge con un bastone in mano. Si chiama Lanfranco Medei, ha 78 anni ben portati. Proviene da generazioni di pastori, ma non ha i tratti somatici del pastore. “Fino a qualche anno fa avevo 35 pecore –racconta- poi sono rimasto con 7, perché non posso allontanarmi molto dalla zona, in quanto la schiena ogni tanto mi fa male. Mio nipote Nicolò, che frequenta l’ultimo anno dell’istituto di Agraria a sant’Anatolia di Narco, mi ha fatto aumentare il numero e adesso ne ho 12. Nicolò vuole fare questo mestiere e a nulla sono serviti i miei racconti su questa vita di sacrifici.

parigliaHo iniziato a fare il pastore a sei anni, poi quando ne avevo 14 sono andato a fare il boscaiolo. Sono riuscito a conseguire la licenza di scuola primaria dopo tanti sacrifici”.Il monte che ha disboscato per molti anni è adesso di fronte a noi, si chiama Selva Grande e sembra fare da sentinella a Castel San Felice. Siamo proprio ai piedi del monte, a due passi dall’Abbazia di san Felice del XII° secolo (originariamente insediamento eremitico), un vero gioiello d’arte sacra che si incontra appena si varca la porta per entrare in Valnerina.

pariglia 1A pochi passi da noi il fiume Nera. Il suo chiacchiericcio è la colonna sonora di questa valle del silenzio. “Su quell’antico ponte di pietra –ci dice Lanfranco indicandoci la struttura- molti anni fa mi hanno scattato una foto con i muli. Gli animali erano il nostro unico mezzo di trasporto per far scendere la legna a valle”.

Ci racconta com’era Castel San Felice quando lei era giovanotto? Allarga le braccia, sorride: “Era un paese pieno di gente, poi negli anni 1950 è iniziato lo spopolamento. La gente andava a cercare lavoro a Roma, Milano, in Francia o in Svizzera. Volevo partire anche io, perché mi ero stufato di andare a fare la legna alla macchia, di stare dietro alle pecore…poi ho rinunciato a questo sogno e sono rimasto qui”

La costruzione di una carbonaia

La costruzione di una carbonaia

Ha vissuto anche il tempo delle carbonaie. A San Felice ce n’erano quattro. Era un mestiere molto praticato, grazie alla ricchezza dei boschi”. Ci spiega con dovizia di particolari come funzionavano le carbonaie, sottolineando che il processo di combustione era lento e faticoso, alla carbonizzazione, ossia alla trasformazione della legna in carbone.

treninoPer la gente di Castel San Felice era un mestiere antico. “I pezzi –spiega- erano sistemati attorno a dei pali utilizzati per costruire una sorta di canna fumaria, fino ad ottenere una struttura piramidale alta, all’interno della quale era sistemata della brace ardente. Il tutto era ricoperto con terra e paglia, si chiudeva la struttura e si attendeva che il fuoco facesse il suo lavoro. Il ruolo del carbonaio era quello di domare il fuoco controllando che non facesse danni e creando delle aperture per favorire l’ossigenazione”. Infine, ricorda con grande nostalgia anche il trenino. La fantastica tratta Spoleto-Norcia.

“Passava quattro volte al giorno e quando il sole era già alto e lo sentivamo fischiare nei pressi della nostra stazione, noi smettevamo di lavorare perchè significava che era già mezzogiorno… E’ stato un danno a smantellare la ferrovia….un danno economico per questa valle…oggi sarebbe stata la ricchezza del territorio che si è molto impoverito”. Lanfranco Medei ricorda molto bene quel fischio che si ripeteva all’infinito e si perdeva nell’aria, come una nuvola di vapore.

 

 

 

 

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Written by Gilberto Scalabrini