Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

1Valnerina, 2 agosto 2020 – Sembrano storie d’altri tempi e forse lo sono, perchè a Norcia una volta c’erano i pastori. Ci sono anche oggi (pochi) ma io sto parlando di quelli della antica tradizione locale. Il gregge era il loro orgoglio e vivevano tutto l’anno nei loro paesini di montagna. Poi, quando gli ultimi anziani si sono ritirati dall’attività, sono arrivati dall’Albania, dalla Serbia e dalla Jugoslavia i servi pastori. Erano gli anni a cavallo fra il 1970 e il 1980. Ricordo che, nel 1986, quando andai a Norcia per realizzare il mio primo speciale sulla città di san Benedetto come direttore responsabile del periodico Il Cittadino, incontrai sul Pian Grande un pastore che faceva il formaggio all’aperto. Conobbi pure il simpatico Marco D’Annunzio, titolare in piazza san Benedetto della boutique “Il pecoraro”. Marco era nato nel 1930, era analfabeta, ma tenne subito a precisare: «Eravamo sei figli e vivevamo in due stanze: la cucina e la camera da letto attaccata alla stalla. Pertanto, la miseria mi ha fatto frequentare la scuola a zompi…ma se devo fare un conto con la mente riesco a calcolare anche il centesimo».

2Marco era un personaggio e parlava del lavoro dei pastori come di un mestiere biblico. Oggi, dopo che il terremoto del 2016 ha conquassato molti territori della Valnerina, poca gente è rimasta a vivere fra le montagne. Un tempo invece ferveva una vita piuttosto attiva, fatta di sacrifici e povertà, ma anche di beatitudine e amicizia. Da molto tempo, i giovani non scelgono più la pastorizia, perché troppo dura e isolata dal mondo. Anche gli agglomerati, i villaggi e i paesini che si guardavano come balconi sulla valle e si trasmettevano messaggi di fratellanza attraverso il fumo dei comignoli, hanno perso i loro abitanti. Porte e finestre sono chiuse. Si riaprivano nei mesi estivi, quando i figli degli anziani scomparsi ritornavano a trascorrere le ferie con la loro famiglia. Oggi, in molti di questi paesi, scomparsi sotto il peso dell’abbandono, non c’è più nessuno. Il terremoto ha spinto gli ultimi residenti ad andarsene. Fra le fessure delle pietre che il sisma ha fatto crollare, è cresciuta la vegetazione, quasi un collante per non far collassare anche le ultime pareti pericolanti.

5Restano solo rovine che guardano a valle. Sarò anche difficile ripopolare questi borghi abbandonati attraverso iniziative e progetti di ricostruzione, perché i giovani non intravedono orizzonti per il futuro. Restano solo nella loro memoria i racconti di chi vi ha abitato, brandelli di un mondo agro-pastorale, dove il passato, devoto e coraggioso, ha scandito per secoli i ritmi della terra e delle stagioni. Adesso c’è silenzio fra gli oggetti intrappolati nelle macerie ed è quasi un monito per chi sale fra questi paese, al fine di non turbare i segni del tempo. Sono borghi soli, paesi fantasma, che raccontano storie, ma solo pochi sono in grado di ascoltarle davvero. (120)

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Written by Gilberto Scalabrini