Perugia, 23 marzo 2021 – Come un ciclone, l’emergenza sanitaria, ha travolto le vite di tutti. Appare evidente, dopo un anno di pandemia, la poca tutela messa in campo nei confronti dei più giovani: bambini/e, ragazzi/e. Abbiamo chiesto loro “sacrificio”, ripagandoli spesso con commenti banali e svalutazione. Gli adolescenti, specie nella prima fase dell’emergenza, sono stati trattati come bambini piccoli, impedendo loro di uscire, di partecipare attivamente, con senso di responsabilità e solidarietà sociale alle diverse “azioni di resistenza e resilienza” che il Paese stava mettendo in campo. La scuola, in tutto questo periodo, ha costituito un tema di dibattito perenne.

Per il Governo, sostenuto dagli epidemiologi, è stato necessario chiudere, a fasi alterne, tutti gli ordini di scuola o solo alcuni. In linea con ciò che è accaduto e accade nel resto del mondo, il provvedimento ha riguardato più di 8 milioni di studenti (ricordiamo, infatti, che la chiusura delle scuole ha riguardato 187 Paesi del mondo). Diversa l’opinione di molti genitori che, con la chiusura della scuola, da una parte temevano una regressione psicologica dei loro figli e dall’altra si apprestavano a vivere numerose difficoltà a livello dell’organizzazione familiare. Prima di parlare degli effetti della DAD (Didattica a Distanza), occorre ricordare che la scuola italiana è sempre stata sacrificata a livello di finanziamenti, notevolmente inferiori rispetto a quelli stanziati in tutto il mondo occidentale. Secondo i dati OCSE, l’età media dei docenti è la più alta d’Europa: il 59% ha più di 50 anni e solo lo 0,3% ha tra i 25 e i 34 anni.

Altro dato significativo che arriva dall’Istat, riferito al 2019, è che il 23,9% delle famiglie italiane non ha attivato una connessione internet in casa, con una grossa differenza tra regioni, comuni e città. La sfida dell’insegnamento on line è stata, alla luce dei dati, una grande sfida vinta. Nei primi mesi di DAD le scuole si sono organizzate in totale autonomia, mancando del tutto un’organizzazione centrale. Secondo i dati dell’osservatorio “Osservare Oltre” del Lazio, nelle prime due settimane dopo il 4 marzo 2020, il 40% delle scuole italiane faceva didattica a distanza, un altro 40% ha organizzato diverse forme di contatto con gli studenti e solo il 20% è rimasto immobile. C’è stato, da parte di tutto il personale scolastico, il forte desiderio condiviso di non abbandonare gli alunni durante l’emergenza, in particolare i bambini con bisogni educativi speciali.

Occorre allora inserire anche la DAD (quando unica soluzione) all’interno del concetto di resilienza: la scuola si è piegata senza spezzarsi. A scuole chiuse, con le condizioni di isolamento in cui hanno vissuto e vivono tuttora bambine e bambini / ragazze e ragazzi, un’altra forma di scuola si è resa necessaria e possibile per mantenere il contatto; ciò ha permesso di dare continuità all’esperienza di scuola come luogo – pur se virtuale – di incontro, partecipazione, attenzione e ascolto. Si è cercato così di mantenere vivo il sentimento di appartenenza alla comunità scolastica e di sottolineare l’importanza dello stare insieme, condividere e sentirsi parte.

In questo modo, tanto gli adulti, quanto i più giovani, hanno sperimentato il valore dell’interdipendenza. Laddove le aule fisiche hanno dovuto chiudere le porte per evitare il contagio, le aule virtuali si sono moltiplicate, permettendo una qualche forma di vicinanza. Un punto di debolezza si è trasformato in punto di forza, infatti la scuola ha compiuto un enorme passo in avanti per quanto concerne le competenze digitali.

Gli insegnanti, in tutto questo periodo, si sono messi in discussione come non mai: hanno appreso, in breve tempo, abilità e capacità che hanno prodotto innovazioni metodologiche nel proprio modo di lavorare; hanno sperimentato dinamiche di gruppo differenti, e in molti casi si sono rafforzati i legami tra colleghi, nella necessità di cooperare e condividere nuove prassi. Infine, si sono create situazioni del tutto inedite sia tra alunni e insegnanti, che tra gli alunni stessi, generando nuove forme di dialogo. A tal proposito, la professoressa Daniela Lucangeli sostiene che la DAD andrebbe ribattezzata come “didattica della vicinanza”; e dunque essa, quando funziona, incarna il principio contenuto nelle parole di don Lorenzo Milani “I Care … io ci sono, qualunque sia la condizione” .

In molte situazioni è stata, e continua a esserlo anche oggi, quella presenza che non disperde né le
routine fondamentali per la crescita né le relazioni, andando a sorreggere identità in costruzione. Mantenere la vicinanza, per la scuola, è stata e continua a essere una priorità; ora diventa necessario comprendere come migliorare e come insegnare in un periodo di perenne trasformazione. Vanno chiariti i limiti della DAD in modo che se ne possa far un uso consapevole. La DAD non può essere ripetizione della didattica in presenza e riproduzione della lezione in classe: né come scansione oraria – che deve essere opportunamente rimodulata con il decrescere dell’età di allieve e allievi, né come organizzazione delle materie – che devono essere ripensate secondo un’ottica autenticamente interdisciplinare.

In concreto, ciò significa: immaginare una didattica in grado di sostenere la motivazione di allievi e allieve; trasformare l’interazione online in risorsa per il gruppo classe; coltivare e valorizzare la preziosa relazione tra alunni, alunne e insegnanti; creare opportunità comunicative alternative che offrano tempi più distesi sia alla narrazione delle/dei docenti, che alla restituzione di alunne e alunni. Sappiamo perfettamente che il contatto reale tra gli esseri umani sia qualcosa di inestimabile valore. Così come sappiamo che l’apprendimento è esplorazione, scoperta, co-costruzione di conoscenza attraverso esperienze dotate di senso che avvengono grazie alla relazione.

Quando si può, dunque, si deve lavorare per consentire il contatto reale e la scuola in presenza. Non ci nascondiamo, infatti, che una delle ombre della DAD risiede nel suo essere non sempre democratica e che essa contribuisce all’allargamento delle differenze sociali, penalizzando chi ha minori possibilità di supporto pratico. L’esperienza ci dice, inoltre, che il rapporto via web funziona per un determinato arco temporale e non può sostituire il lavoro personalizzato generalmente svolto in classe. E la nostra scuola – non dimentichiamolo – è considerata tra le più inclusive e attente ai bisogni di personalizzazione di studentesse e studenti all’interno del panorama delle scuole europee.

Infine, vogliamo sottolineare che in questo periodo, come mostra anche la ricerca del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, tra i più piccoli i disturbi psicologici sono aumentati del 24%. In particolare, tra bambine e bambini nella fascia da 3 a 5 anni sono aumentati sbalzi di umore e irritabilità, disagi che crescono in frequenza con il progredire dell’età. Nella stessa ricerca si mette in evidenza come tutti i soggetti considerati (dai 3 ai 14 anni) soffrano a causa di solitudine, noia e isolamento sociale. I disagi evidenziati dalla ricerca non sono tutti ascrivibili alla DAD, infatti si tratta di condizioni già presenti che, tuttavia, sono state amplificate nel corso di questo anno in cui la vita sociale di bambine e bambini, ragazze e ragazzi ha subito profonde trasformazioni (basti pensare alle tante attività sportive, ricreative, culturali ferme ormai da molto tempo).

Un altro dato su cui in futuro sarà necessario porre attenzione riguarda la questione dell’educazione a un uso consapevole del mondo digitale: bambine e bambini, ragazze e ragazzi si sono trovati immersi nella tecnologia senza possedere le competenze necessarie per padroneggiarli (e qui non ci riferiamo solo a quelle strumentali) e spesso non hanno potuto neppure chiedere aiuto alle famiglie. Vogliamo concludere le nostre riflessioni mettendo in luce, tuttavia, le grandi risorse che tutte e tutti hanno cercato e stanno cercando di esprimere. Resilienza, responsabilità, coraggio, creatività, adattamento sono le parole chiave che meglio rappresentano gli atteggiamenti positivi dimostrati da bambine, bambini, ragazze e ragazzi.

Nonostante il periodo difficile, abbiamo scoperto che sappiamo e possiamo reagire: l’importante è trovare una strategia di promozione, prevenzione e sostegno. I disagi manifestati sono malesseri che, se accolti e compresi, possono essere riparati. Inoltre: “ (…) la scuola non può abdicare al compito di promuovere la capacità degli studenti di dare senso alla varietà delle loro esperienze, al fine di ridurre la frammentazione e il carattere episodico che rischiano di caratterizzare la vita dei bambini e degli adolescenti. (…) la scuola è perciò investita da una domanda che comprende, insieme, l’apprendimento e “il saper stare al mondo”(…)” [Indicazioni Nazionali 2012 – Scuola Cultura Persona – La scuola nel nuovo scenario, pag.7].

Il Ministero dell’Istruzione, pertanto, insieme al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha promosso un protocollo di intesa che ha previsto per l’anno scolastico 2020-2021 il supporto psicologico a tutto il comparto della scuola: alunne e alunni, famiglie e personale scolastico. Lo psicologo, avendo come primo obiettivo del suo intervento la prevenzione e la promozione delle risorse, è, in questo senso, un facilitatore di processi resilienti. L’accompagnamento emotivo e
psicologico a scuola – la ri-accoglienza emotiva di cui parla lo psicologo Alberto Pellai – costituiscono un fattore protettivo e riparativo al disagio in questo difficile periodo, divenendo, come sostiene l’UNICEF, lo strumento bussola per capire e cavalcare la tempesta.

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