Dal nostro inviato speciale GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 4 maggio 2021 – «Ormai i quotidiani li comprano in pochi, sempre gli stessi signori “anzianotti” – scherza Francesco Ugolini, 82 anni, il vecchio giornalaio di piazza delle Erbe che, per 35 anni, è stato un punto di riferimento per molti lettori-. Purtroppo –prosegue con il dolore nel cuore – ogni edicola che scompare è una piccola ferita che incrina il diritto all’informazione di una città o di un quartiere».

Ma mentre conversiamo si intromette un signore sulla 70ina, con i baffetti bianchi curati e la camicia abbottonata meticolosamente, che afferma: «Non è vero che gli anziani leggono solo i quotidiani e non è vero che la qualità dei giornali è migliore di quella del web. Io accendo il pc e leggo tutte le notizie. E’ bellissimo». Non conoscono la crisi invece i giornali sportivi, i settimanali femminili e i periodici di alta qualità editoriale. In molte città, non solo a Foligno, ma anche a Perugia e Terni, ci sono monumenti che nessuno degna più di uno sguardo, su cui non si posano gli occhi dei viandanti.  Sono le vecchie edicole dismesse, chiuse ormai da anni. Una volta erano “piccoli templi”  di quotidiani, settimanali e riviste. Oggi, quelle parole e quelle immagini hanno preso a correre nella rete, le edicole ancora in piedi sono spesso ridotte a scheletri di lamiera, a scarti, ad archeologia senza valore.

«Io mi alzavo tutte le mattine alle cinque –racconta Francesco Ugolini, tenendo il manubrio della sua bicicletta- e alle sei l’edicola era già aperta. Poco dopo, arrivava il camioncino dell’agenzia che scaricava i giornali e io li sistemavo per i lettori. Intorno alle 11:00 andavo a vendere i giornali nelle corsie dell’ospedale. I malati mi aspettavano, sia quelli che compravano i quotidiani che quelli che acquistavano i settimanali. D’altronde, non c’era la televisione nelle camerate e il giornale era l’unico mezzo per tenersi aggiornati. Specie quando c’era la cronaca nera».

E’ vero, era il tempo in cui quelle pagine c’era racchiusa la città, il mondo esterno, la politica, lo sport che i ricoverati in ospedale non potevano vedere. L’edicola, invece, era considerata un piccolo tempio: aveva i suoi officianti  e i suoi fedeli, che ogni mattina, dopo il caffè del risveglio e prima del treno o del pullman per raggiungere il luogo di lavoro, cercavano i racconti di carta e inchiostro, profumo della giornata che iniziava. Le edicole erano uno dei luoghi in cui la notte passava le consegne al giorno. Francesco apriva “bottega” alle sei, poco dopo l’alba, ma c’era anche chi apriva più tardi e trovava i pacchi di giornali accatastati come sentinelle che sembravano scrutare le storie, piccole e grandi, di divi e poveri cristi,  campioni e scartine,  acrobati e nani, cantastorie e cialtroni, racchiuse in quel formato standard dei quotidiani chiamato affettuosamente “lenzuolo”, ben presto sostituito dal tabloid.

«Quando l’agenzia ritardava a consegnare i giornali – prosegue Francesco – io perdevo i lettori, perché a Foligno le edicole erano molti e chi aveva fretta andava a comprare il quotidiano nella edicola più vicina. Spesso mi arrabbiavo per questo motivo, ma il ritardo dell’agenzia era dovuto –specie in inverno – al maltempo. I pacchi di giornali arrivavano da Roma e Firenze. Se il corriere ritardava, pure le edicole dovevano attendere l’arrivo dei due quotidiani con cronaca locale: Il Messaggero e La Nazione. Poi è arrivato il Corriere dell’Umbria. Ricordo che Il Messaggero risentiva più dell’influenza romana, mentre La Nazione di quella toscana».

Insomma, al di là di certi condizionamenti, il quotidiano era (è) n ritrovo di umanità, un crocevia di sguardi e mezze frasi, di indugi e chiacchiere, una finestra sulla città e sul mondo, da dove sbirciare sulla vita degli altri. Con la complicità dell’edicolante, spesso una specie di confidente, una delle prime persone che incontravi nella lunga giornata e che ti accoglieva di primo mattino con una battuta o un sorriso. L’edicola come spazio del tempo sospeso, una retroguardia dove indugiare prima di andare sulle frontiere del nuovo giorno.

Chi glielo spiega ai “nativi digitali” che oggi inseguiamo fingendo di essere come loro, che noi avremmo voluto morire pellegrini di carta? Siamo figli e nipoti di quelli che inumidivano il dito per sfogliare il giornale, per scoprire cosa c’era nella pagina successiva, per andare allo sport, o alla pagina del cinema, delle “lettere al direttore” dove cercare un posticino al sole nel sognato mondo dei giornali? Sono storie incredibili che oggi non strappano, forse, neppure un sorriso di sufficienza. Sono gli “amarcord” di chi ha amato i “freschi inchiostri dell’alba” oggi rinchiusi per sempre nelle vecchie edicole, noti solo a chi è cresciuto fra loro. Oggi i new media non hanno odore, tutti perfetti e senz’anima. Algidi e lontani, “intoccabili” senza il soffio della spesso miserevole vita che dicono di voler raccontare.

 

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