Dal nostro inviato GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 3 agosto 2021 – La “Ferrari a quattro zampe”. Mai soprannome fu più azzeccato per Bolero IV, la formidabile macchina da galoppo apparsa al campo de li giochi negli anni che vanno dal 1983 al 1991. Era il cavallo del rione Croce Bianca e aveva un carattere orgoglioso e leale, ma anche capace di far valere il suo prestigio. Fece impazzire tutto il popolo della Quintana e chi, come me, ha i capelli bianchi lo ricorda quando, tra gli applausi della folla in delirio per i suoi capolavori, entrava nel teatro della giostra a testa alta, criniera e coda al vento, sguardo fiero come un guerriero impertinente e, con i suoi due grandi occhi espressivi e vivacissimi, scrutava ogni angolo dell’arena. Sotto il sole di settembre il suo magnifico mantello sauro dorato luccicava e dipingeva un contrasto di colori davvero unico. Un vero miracolo della natura rispetto ai suoi confratelli con la stessa livrea.

Nelle andature di galoppo, grazie alle sue ampie e potenti falcate, tirava fuori una impressionante forza esplosiva, tanto che i suoi muscoli guizzavano di energia dalla prima all’ultima tornata. L’indimenticabile campione senza tempo, il mito diventato leggenda, era di razza anglo-arabo-sarda. Per Francesco Baldassarri, all’epoca priore del rione Croce Bianca, e per i cavalieri Sergio Villa, Mauro Mazzocchi, Paolo Margasini e Simone Bocci, Bolero è stato molto più di un cavallo. Lo stesso dicasi per gli uomini della scuderia che facevano a gara per condurlo dentro al campo de li giochi; anche per i rionali Bolero era uno di famiglia, tanto che nelle cene rionali lo portavano in taverna, in via Butaroni e gli ritagliavano un box da re, per farlo assistere all’evento.

Dopo le giostre di settembre, Bolero riposava in scuderia “scalzo”: gli venivano tolti i ferri dagli zoccoli per tre o quattro mesi, affinché si fosse meglio rigenerata l’unghia dopo  lo sforzo.

Il cavaliere Mauro Mazzocchi raccionta le quintane di Bolero IV

Quali erano i segreti della superiorità e della potenzialità di Bolero IV?  Ci racconta i momenti storici del fuoriclasse l’ex cavaliere Mauro Mazzocchi.  È stato lui che, nel 1986, ha vinto in sella a Bolero la Giostra della Sfida e quella della Rivincita. E non fu un trionfo qualsiasi, bensì un capolavoro che ha lasciato un segno indelebile nelle celebrazioni del quarantennale della Quintana. Bolero, infatti, mandò tutti in delirio di ammirazione, perché frantumò il muro del minuto e stabilì, per la prima volta nella storia della giostra moderna, il record della pista: 57″25°°.

Mauro Mazzocchi in sella a Bolero IV, pronto a giostrare

«Esatto – esordisce Mauro – Bolero IV aveva nove anni e ha corso tutte e tre le tornate sotto al minuto. In effetti, negli ultimi anni pur non raggiungendo mai il successo aveva sempre stabilito il miglior tempo, meritandosi i favori dei pronostici della vigilia». Adesso Mauro ripesca nella memoria altre pagine che corrono all’indietro come girate dal vento dei ricordi. Rammenta che il Priore Baldassarri lo individuò, quando era ancora un puledro e si trovava in Barbagia, nell’allevamento di Foresta Burgos, nel profondo nord dell’Isola sarda. Una volta in  continente, Bolero raggiunse la Scuola Ippica di Foligno a san Bartolomeo.

«Bello nei lineamenti e nel colore sauro – prosegue –  segnato come Cristo comanda in fronte, balsano da tre, e con la testa sempre in avanti. Ma se lo guardavi meglio l’ impressione era tutt’altro. Fu pagato tra i 5 e i 6 milioni. Una cifra importante che si accollò il dott. Baldassarri. Gli “intenditori” sentenziarono subito che erano stati soldi buttati via.  Invece, bastò attendere qualche mese di allenamento sotto Sergio Villa, perché quel brutto anatroccolo diventasse un cigno.

A differenza di quasi tutti i cavalli sardi, abituati a lavorare con i pastori in montagna, Bolero non era ancora sbrigliato e fu lavorato a Foligno. Viste le sue qualità, per molti “esperti” iniziò il pellegrinaggio continuo nell’isola alla ricerca di buoni mezzo sangue per la giostra. Quando gli allevatori sapevano che arrivavano i quintanari  stappavano bottiglie di spumante…».

Bolero IV nella taverna del rione Croce Bianca, in via Butaroni

È vero che Bolero IV era venerato come una divinità? Sorride e allarga le braccia: «Intorno a lui si creò subito un culto, tanto che lo portavano a tutte le cene rionali in taverna. A lui veniva riservata una stanza dove era allestito un recinto posticcio in grande sicurezza. Bolero restava in via Butaroni tutta la notte e ossequiato da tutti  come un principe. Le cure veterinarie erano affidate a Cleto Bizzarri che aveva per Bolero un amore particolare. Ricordo che quando lo raggiungeva nella scuderia di via Acquatino a Spello,  Bizzarri ci parlava per molto tempo e Bolero sembrava ascoltare le sue parole».

In scuderia come era vissuta la notte che precedeva la giostra della Quintana? «A turno i ragazzi della scuderia vegliavano Bolero tutta la notte. La domenica della giostra era condotto la mattina presto in una casa dirimpetto alla vecchia caserma  dei Vigili del Fuoco in Nazario Sauro, per evitargli lo stress da caldo durante il trasporto sul van. Il box era allestito con molta paglia. Poco dopo le ore 15 era condotto a mano fino al campo sportivo. Ricordo che, nei giorni precedenti la giostra,  dovevo anche svolgere il ruolo di mediatore con i ragazzi della scuderia, perché tutti volevano guadagnarsi quel momento di gloria nell’accompagnare Bolero al campo de li giochi. Quanti musi lunghi… e quanto lavoro da pompiere per mettere d’accordo tutti!».

Subito dopo la giostra della Sfida del 1986 dichiarasti: «Questa vittoria servirà a far dimenticare tutto quello che è stato detto sul mio conto e anche le ingiustizie subite». Perché, cosa era successo?   «Quando lasciai i colori del rione Giotti e indossai la casacca del rione Croce Bianca, scatenai un inferno  di polemiche e maldicenze. Addirittura, nella sede del rione Giotti mi prepararono un cappio e affissero nelle vicinanze della mia abitazione anche un manifesto di necrologio per Bolero. Da quell’anno nacque una rivalità  e una inimicizia fra le due contrade mai estinta. L’Ente Quintana introdusse  anche il famoso o famigerato vincolo per il cavaliere, lasciandolo così in purgatorio per quasi due anni».

Con un sorriso amaro richiama alla memoria anche l’anno 1987: «Tornai in giostra con Bolero ma sbagliai un anello, perché non uscii sulla traiettoria giusta. Infine, abbandonai la carriera da cavaliere, perché il gioco era diventato un lavoro da professionisti. Ho continuato però a dare una mano ad altri cavalieri, ma senza alcuna nostalgia o voglia di ritornare a correre».

Un commento sulla pista attuale? «Oggi, la pista è sicura per tutti i binomi, anche se l’imponderabile può succedere sempre. La perfezione del tracciato non esalta certo la tecnica dei più bravi. Ai miei tempi, invece, si giostrava sul campo completamente in erba. Era preparato da Leandro dopo l’ultimo allenamento della squadra di calcio del Foligno. Il percorso metteva in risalto la formazione, l’addestramento, la monta e le qualità dei cavalieri. Per questo motivo la nostra Quintana fu definita l’olimpiade dei tornei di antico regime. è rimasta anche oggi la più bella e difficile giostra in Europa».

Cavallo purosangue e tecnica per carpire gli anelli. «Il cavallo purosangue, oltre ad avere linee eleganti e forme armoniose, è più veloce  e apprende molto facilmente come si deve comportare in giostra. Quando il cavaliere mette in posizione la lancia per infilare l’anello, il cavallo capisce subito che è libero, ma per tenerlo in mezzo al corridoio occorre addomesticarlo lavorando con la redine e la gamba sinistra. Solo così si evita di fargli prendere il largo verso il centro della pista che allontana il cavaliere dal bersaglio e lo costringe a giochi di equilibrismo».

Come è nata la tua passione per i cavalli? «Da bambino abitavo in via del Gonfalone, dove c’era la bottega del maniscalco Menichelli. Più volte con Roberto, il figlio di Rolando, montavamo in groppa ai cavalli che il genitore teneva a disposizione per la vendita. Compivamo dei giri nella piazzetta antistante i casaletti medioevali, dove non c’era ancora il palazzo attuale. Costruivamo le redini con pezzi di spago rimediati nella bottega… ci divertivamo così e qualche volta abbiamo anche esagerato. A 10 anni ho iniziato a frequentare i corsi della scuola di equitazione che mi hanno permesso di stare correttamente in sella e  di correre la Giostra della Quintana».

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