Dal nostro inviato GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 4 agostop 2021 – Ci sono donne che, pur senza lifting o chirurgo plastico, non invecchiano mai e non temono la visione prolungata allo specchio.  è questo il caso di una dama degli anni 1950. Si chiama Edgarda Falcinelli, ha 85 anni ed è una bellezza senza età. Mi accoglie nella sua casa di Largo Volontari del Sangue con il sorriso smagliante di quando aveva venti anni.

Simpatica, cordiale e aperta al dialogo e alla modernità, Edgarda (Garda per gli amici) possiede una vitalità sbalorditiva, degna di uno sconto anagrafico del 30-40 per cento. Si muove, cammina e viaggia in perfetta autonomia, e tanti saluti alle badanti o chi per loro. Nei suoi occhi c’è sempre lo sguardo intenso e innamorato di suo marito, Giusepe Bertuzzi, un marcantonio d’uomo, ma soprattutto un imprenditore onesto e benvoluto da tutti che ha lasciato anzitempo questa terra un po’ di tempo fa. Chiedo alla signora Edgarda (il nome deriva dal germanico ad e gart e significa difensore del patrimonio) di raccontarmi le sue due Quintana, quelle degli anni 1953 e 1954, quando aveva solo 17 anni. Chiarisce subito che era una ragazzina timida e dolce, senza trucchi, solo acqua e sapone; frequentava il liceo e confessa che arrossì in volto per l’imbarazzo quando la prima donna Priore del rione Contrastanga, Anita Chiucchi, le chiese di sfilare come prima dama.

Subito dopo, con il sorriso, richiama alla memoria quegli anni, che non sono anni qualsiasi,  perché sono ancora dentro di lei. «Ricordo – esordisce con parole fluide – che la signora Anita insistette molto, perché io non volevo partecipare. Ero una ragazza tutta chiesa e vestivo con abiti castigati e non desideravo affatto mettermi in mostra. Dopo diverse insistenze però mi convinse e, alla fine, fu anche un gioco piacevole. Tutti i miei compagni di liceo facevano il tifo a ogni angolo delle strade dove passava il corteo e c’era una folla immensa».

Poi ritorna sui suoi passi e chiarisce anche l’aspetto più nascosto e invisibile al pubblico «Fu  una fatica immensa, perché le dame sfilavano a cavallo e lei non ha idea cosa significa stare seduta di lato su una sella da amazzone e per di più con un abito lungo e pesante. Tutta la mia incolumità era affidata a un giovane palafreniere che spesso faceva fatica a governava il ronzino, perché c’era tanta caciara e suoni di tamburi. Allora, i cavalli di sfilata non erano certo animali da passeggiata, perché lavoravano tutto l’anno in campagna, aravano la terra, trainavano carri agricoli  ed erano infastiditi da tanto frastuono».

Chi era il cavaliere di giostra? «Nella mia prima Quintana del 1953 il portacolori era Cruciano Giusti, papà del futuro plurivittorioso Paolo. In quegli anni, sia la giostra sia la sfilata non erano così belle come oggi. La sfilata era un raccogliticcio di costumi e figuranti. Il mio abito era un po’ “vecchiotto” e credo che  fosse uscito da qualche sartoria teatrale di Roma o di Firenze. Per me e per tutti, però,  era molto bello e fu arricchito di finte perle che davano all’abito un tocco di signorilità ed eleganza, specie a chi guardava dal basso verso l’alto. L’effetto visivo era speciale. D’altronde, uscivamo da poco dai disastri della guerra e anche noi giovani eravamo tutti molto modesti: nel guardaroba avevamo due vestitucci per l’estate, due per  l’inverno e un paio di scarpette col ferretto. Indossare un costume da nobildonna era un privilegio».

Chi curò il suo maquillage? «Nessuno. Io non ho mai usato cosmetici, sono cresciuta ad acqua e sapone». Sui capelli  le furono applicate le extension? «I capelli erano miei e mi arrivavano fin sopra le spalle. Con il ferretto mi fecero tanti boccoli…poi furono appiattiti dal cappello con le piume ma i boccoli mantennero un buon volume. Secondo gli storici, il cappello non era d’epoca…». E avevano ragione, perché in quelle prime sfilate la scelta stilistica dei costumi non fu per nulla azzeccata, tanto che fu clamorosa la gaffe della moda spagnola, mentre bisognava far riferimento a quella francese del tardo Rinascimento e del primo Seicento. «Ognuna di noi – continua la signora Edgarda –  ha dato il meglio si sé in sfilata, dispensando sorrisi e coinvolgendo  gli spettatori in atmosfere perdute… anche se è difficile indossare gli abiti barocchi, perché il corpo è annullato dalla loro rigidità e imponenza. Insomma, per la moda del 1600 il comfort non era certo appagante».

Quali emozioni provò durante la passeggiata storica? Sorride divertita e sceglie l’ironia per edulcorare quegli anni che ricorda sì con grande affetto ma che sono stati selezionati dalla memoria. «Sono passati quasi 70 anni  e non è facile richiamare le emozioni o i particolari. Posso dire che ero molto timida e trovarmi sul cavallo e con tanti occhi addosso era imbarazzante.  Molta gente faceva i complimenti ed erano d’incoraggiamento, perché  su quel trono traballante non era facile restare in equilibrio; altri invece criticavano».

Edgarda mentre racconta la sua Quintana al nistro inviato Gilberto Scaabrini

Anche l’anno dopo, nel 1954, ha partecipato alla sfilata e sempre per il rione Contrastanga. «Non volevo affatto fare il bis, ma in quell’anno la signora Chiucchi mi assillò più del solito e non riuscii a sottrarmi  al suo invito. Giurai però che sarebbe stata l’ultima volta, perché nel frattempo avevo conosciuto Giuseppe e lui non era molto contento che sfilassi. Rammento che la sfilata fu meno imbarazzante dell’anno prima, perché ormai sapevo quello che mi sarebbe aspettato e anche come restare in bilico sulla sella da amazzone».

Chi era il cavaliere di Giostra? «Nel 1954, il nostro portacolori era Paolo Giusti. Il Furente aveva soli 12 anni e, nonostante la giovanissima età, volle scendere in giostra per sostituire suo padre Cruciano, cavaliere nella giostra del 1953. Paolo fu molto ammirato e le cronache del tempo parlarono di lui come di un piccolo eroe. Il genitore, infatti, nel tentativo di fermare un cavallo imbizzarrito in sella al quale si trovava Paolo, fu drammaticamente travolto dall’animale». Nell’onda dei ricordi, Edgarda Falcinelli si racconta a cuore aperto e i suoi occhi guardano al tempo che fugge lontano.  Per lei è come sfogliare gli album di fotografie  e rivivere la gioventù che sente ancora dentro.

Le piace la Quintana dei nostri giorni? Dopo una pausa e un altro sincero sorriso, risponde: «Francamente no, perché è diventata una vetrina e non ha più quel fascino dei miei anni verdi, quando la sfilata entusiasmava, destava interesse e la gente applaudiva estasiata in ogni via o piazza».  Poi spegne la parola e subito dopo precisa: «Forse, parlo così perché dipende da me e non certo dalla Quintana. E questo è il segno dei tempi che mutano…». Quasi un mosaico inquietante della società contemporanea, ma la signora Edgarda è un’interprete attenta del nostro tempo. Nella vita è stata docente di lingua inglese e, per venti anni, ha insegnante all’Istituto Tecnico Commerciale. Non nasconde che in cattedra era severa.

Un confronto tra la scuola di ieri e quella di oggi? «Nella scuola di ieri gli alunni erano meno svegli ma più educati. C’era il rispetto reciproco di ogni ruolo». Quale consiglio darebbe ai giovani? «…consigli? Io ho sette nipoti e a forza di dare consigli mi chiamano nonna arcaica… oggi la mentalità è diversa e non possiamo pretendere che i giovani possano pensarla come ai miei tempi. E’ cambiata la società e il modo di vivere. Alle nuove generazioni dico soltanto di essere contenti, perché hanno tutto. La mia generazione non aveva niente ma era contenta lo stesso. Oggi, per i giovani è sacro il rito dell’aperitivo, altrimenti non è serata. Quando mai per noi l’ora più felice della giornata era godersi e condividere insieme un bicchiere di vino? ».

Lei sa che Foligno è considerata in Umbria la capitale della movida? «Non lo sapevo, ma se questo titolo può portare un vantaggio economico alla città ben venga il modo di bere e mangiare in compagnia; se invece crea o nasconde solo disagi allora bisogna contenerla. A volte, passando in via Gramsci la sera, in mezzo a tutta quella gente, mi sento come prigioniera. È piena di giovani che si affastellano uno sull’altro e tutti con il bicchiere in mano. Se questo è un vantaggio economico va bene così…».

Pochi ma ben scolpiti i principi che hanno guidato la vita di Edgarda, in particolare quelli basati sulla forza della famiglia. Nata a Udine da madre friulana e da padre umbro, è arrivata a Foligno con la famiglia. Aveva solo 10 anni. Il papà era capostazione. «Per molto tempo – conclude – mi è rimasto cucito addosso l’accento friulano, poi vivendo tra i “cuccugnao” ho imparato presto e mi sento umbra a tutti gli effetti». Madre di quattro figli è da pochi mesi anche bisnonna. Le faccio gli auguri e lei sorride felice,  orgogliosa di avere una famiglia giovane che la circonda e le vuole bene.

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