Servizio di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 28 dic. 2025 – La corazza pesa, sulle spalle e sul respiro. Gli zoccoli dei cavalli battono sul selciato, poi si fermano. Il silenzio si fa denso, carico di attesa e di storia. In quell’istante immobile prende forma la Repubblica, fatta di rituali, sguardi vigili e uomini che devono scomparire dietro la divisa. Uomini scelti, altissimi, pronti a muoversi in un attimo.

Dentro una di quelle armature c’era Carlo Bertuzzi. Folignate doc da diverse generazioni, unico umbro ad aver indossato l’uniforme delle Guardie del Presidente della Repubblica. Per cinque anni ha vissuto nel cuore delle istituzioni, tra cerimonie solenni e turni di sorveglianza, imparando che dietro lo splendore dell’acciaio ci sono disciplina ferrea e senso assoluto del dovere.

Lo incontriamo nella sua casa di Foligno, al secondo piano di un palazzo storico che conserva il respiro lento del tempo. È qui che vive, insieme alla moglie Ludovica (nella foto), al figlio Giovanni e al cane Snak, in uno spazio sospeso tra memoria e quotidianità. Alle pareti, i ritratti dei suoi avi osservano in silenzio: volti che sembrano custodire storie, radici, un’eredità discreta ma presente, come un filo che lega le generazioni.

Carlo Bertuzzi ci viene incontro con un sorriso aperto e uno sguardo luminoso, capace di accogliere prima ancora delle parole. In quell’espressione c’è un’empatia immediata che racconta di chi sa tenere insieme gli opposti, fonderli senza forzarli, fino a farne un equilibrio armonioso.

Lei è stato uno dei giganti del Quirinale. In che anni ha prestato servizio come corazziere?
Preciso subito: “corazziere” è un nomignolo. Noi siamo le Guardie del Presidente della Repubblica. Ho prestato servizio dal 1983 al 1987, sotto due Presidenti molto diversi ma entrambi amatissimi: Sandro Pertini e Francesco Cossiga. Con il Capo dello Stato il rapporto è solenne ma anche umano. Bastava un saluto, un sorriso, per ripagare ore di fatica e sacrificio vissute nel silenzio del palazzo, il sesto più grande al mondo.

Un episodio che racconti meglio di altri questo rapporto?
Con Pertini, senza dubbio. Il protocollo imponeva il saluto militare, ma lui, entrando nella palazzina, ti porgeva la mano e aspettava che gliela stringessi. Odiava le formalità. Lo accompagnai anche a Foligno per la Giostra della Quintana e curai la sicurezza notturna quando fu ospite in Prefettura a Perugia.

Diventare Guardia del Presidente era un sogno d’infanzia?
No. Fu un amico di famiglia, il generale Sergio Filipponi, a suo tempo comandante della Compagnia Carabinieri di Foligno, a propormelo. Accettai subito. Ma prima ci fu un iter lunghissimo: accertamenti rigorosi su requisiti morali, disciplinari, fisici. L’altezza è necessaria, ma non basta.

Entrare nei Corazzieri significa anche affrontare un addestramento durissimo.
Entrai nel gennaio 1983. L’inizio fu traumatico. Prima delle parate, c’erano i servizi più umili nelle scuderie. Poi l’addestramento formale. Ricordo ancora le quindici uniformi personalizzate, tutte su misura: non semplici divise, ma oggetti preziosi. Dalla Gran Gala con corazza ed elmo piumato a quelle per i servizi interni e motociclistici.

Chi è davvero il Corazziere, oltre l’immagine solenne?
È Carabiniere nel cuore e Guardia del Presidente nell’anima. I Corazzieri sono circa 200 in tutta Italia, selezionati per altezza e qualità morali. Dietro l’eleganza c’è una dedizione totale, disciplina ferrea, precisione assoluta. Cura della persona, dell’uniforme, del comportamento. Per un ragazzo di vent’anni è una scuola di vita.

Conta molto anche l’armonia visiva del reparto?
Si viene selezionati per altezza e valori, poi all’interno si trovano gli abbinamenti migliori. È cambiato anche il tempo: qualche anno fa è stato arruolato il primo corazziere di colore. Un segno importante.

Lei è alto un metro e novantasette. Quanto pesa questo requisito?
Il minimo è un metro e novantacinque. Ma l’altezza da sola non serve. Servono affidabilità morale, dedizione totale e grande versatilità.

Cavalli e motociclette: un addestramento complesso.
I cavalli sono irlandesi, altissimi e docili. L’addestramento avviene nel maneggio interno. Non esiste “il proprio cavallo”: i binomi si formano in base alle parate.

C’è un’immagine che più di tutte le è rimasta dentro?
Il silenzio dei Giardini del Quirinale. Vivere lì significa incrociare ogni giorno personalità di primo piano. I Corazzieri non sono solo coreografia, ma anche sorveglianza e sicurezza.

Il momento più emozionante?
La parata del 2 Giugno. I Corazzieri sono l’elemento più affascinante del cerimoniale. Uno spettacolo che non ha nulla da invidiare al Cambio della Guardia di Buckingham Palace.

Rifarebbe tutto?
Sì, senza esitazioni. Oggi sono manager in una banca svizzera. Ma quell’esperienza, anche dopo quarant’anni, resta una parte fondamentale di me.

Adesso sorride ripensando a quegli anni. Non c’è nostalgia, ma consapevolezza. Quella corazza non era il suo destino, ma è stata una scuola severa e preziosa. Gli ha insegnato il peso delle regole, il valore del silenzio e certe esperienze restano addosso come il suono lontano degli speroni sul selciato, pronti a riaffiorare al primo passo deciso.

(Tratto dal Corriere dell’Umbria)

 

 

 

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