
di GILBERTO SCALABRINI
Foligno, 22 gen. 2026 – Certe assenze non fanno rumore, ma cambiano il paesaggio. Foligno se n’è accorta subito. Nei bar del centro, nelle sale dell’Hotel Italia, nelle conversazioni a bassa voce di chi incrociava Venanzio Pazzani da una vita, qualcosa ieri mancava. Non solo una persona, ma un modo di essere cittadino, imprenditore, uomo. Pazzani se n’è andato a 89 anni, lasciando dietro di sé una traccia che non si cancella con il tempo.
Cavaliere della Repubblica, imprenditore storico dell’ospitalità folignate, ha legato indissolubilmente il suo nome all’Hotel Italia di piazza Matteotti e al ristorante di via del Forno, costruiti e portati avanti insieme alla famiglia fino a diventare luoghi-simbolo della città. Ma Venanzio Pazzani è stato molto più delle sue attività. È stato presidente di Confcommercio e di Federalberghi, assessore al Turismo del Comune di Foligno nel 1994, osservatore attento e protagonista dell’evoluzione economica e sociale del territorio.
Nato a Senigallia, umbro d’adozione e folignate per scelta, aveva deciso di restare a Foligno sessant’anni fa, insieme alla moglie Lella. Una scelta che non è mai diventata abitudine, ma progetto continuo. Guardava avanti, sempre. Non amava la nostalgia, non parlava di vecchiaia. Credeva nel cambiamento, nelle nuove idee, nella capacità delle città di rinnovarsi. E soprattutto nei giovani, che considerava una risorsa fondamentale: «Se ben guidati – ripeteva – sanno fare grandi cose».
Solare, ironico, diretto, Pazzani aveva una comunicazione naturale che metteva chiunque a proprio agio. Una stretta di mano, un sorriso, un caffè condiviso bastavano per aprire un dialogo. Sapeva ascoltare, era rispettoso, autentico. Lo era anche nello sport, vissuto con passione e spirito competitivo: nel tennis, dove era noto per il suo dritto potente, e nel biliardo. A cinquant’anni decise di smettere, con una battuta che raccontava tutta la sua filosofia: meglio ritirarsi da imbattuto che togliere spazio a chi è pronto a superarti.
Negli ultimi istanti ha spento la sua luce circondato dagli affetti più cari: la moglie Lella, i figli Paolo, Emanuela e Daniele, le nuore Yoshie e Monica, il genero Andrea, i nipoti Alessandra, Giulio, Valerio e Flavia. Le esequie si terranno oggi alle 15 nella cattedrale di San Feliciano, dove Foligno si ritroverà per l’ultimo saluto.
È proprio la moglie Lella a consegnare alla memoria un frammento intimo e luminoso della loro storia:
«L’ho conosciuto quando era sottotenente alla Scuola di Artiglieria della caserma “Gonzaga” e veniva spesso a mangiare nel ristorante di mio padre, “da Peppino”, aperto nel 1945. Gli piacevano molto i ravioli. Li ho sempre chiamati “i ravioli galeotti”, perché quel piatto è stato il mezzo che ci ha fatti incontrare».
Da quell’incontro è nata una vita condivisa: il ristorante cresciuto insieme all’albergo, la ricostruzione dopo il terremoto del 1997, i convegni nazionali, le manifestazioni capaci di portare a Foligno persone, idee, movimento. «Ripeteva sempre che il turismo fosse una leva strategica fondamentale per l’economia», ricorda ancora Lella.
C’era poi il lato più silenzioso e profondo: l’affido di un bambino, accolto insieme alla moglie per offrirgli stabilità e futuro; la fede vissuta con discrezione ma intensità, la devozione mariana, il rosario recitato a voce alta in cattedrale negli ultimi tempi. Gesti semplici, ma rivelatori di una coerenza rara.
Venanzio Pazzani non c’è più, ma resta. Resta nei luoghi che ha fatto crescere, nelle persone che ha sostenuto, nelle idee che ha seminato. E resta in una città che oggi lo saluta con gratitudine, consapevole di aver perso non solo un protagonista della propria storia, ma un uomo capace di guardare lontano senza mai smettere di essere umano.
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