
Per Bocci, condannato a 2 anni e 7 mesi, la richiesta è di una pena ridotta a 2 anni, 4 mesi e 20 giorni. Per Barberini, condannato a 3 anni, la Procura ha chiesto 1 anno, 9 mesi e 10 giorni, limitatamente ai reati di falso e rivelazione di segreto d’ufficio
Perugia, 14 gen. 2026- Colpo di scena nel processo d’appello su Concorsopoli. La Procura generale ha chiesto l’assoluzione dell’ex presidente della Regione Catiuscia Marini, condannata in primo grado a due anni di reclusione. Una richiesta che ribalta l’impianto dell’inchiesta del 2019, quella che ipotizzava un sistema illecito capace di orientare assunzioni e avanzamenti di carriera nella sanità umbra e che aveva portato alle dimissioni della governatrice, travolgendo l’intera giunta regionale.
La requisitoria, durata oltre quattro ore, ha ridisegnato anche il quadro accusatorio nei confronti degli altri imputati di vertice. Per l’ex segretario regionale del Pd Gianpiero Bocci e per l’ex assessore alla sanità Luca Barberini, la Procura generale ha chiesto una riduzione delle pene, escludendo la sussistenza dell’associazione per delinquere, reato per il quale entrambi erano stati riconosciuti colpevoli in primo grado.
Per Bocci, condannato a 2 anni e 7 mesi, la richiesta è di una pena ridotta a 2 anni, 4 mesi e 20 giorni. Per Barberini, condannato a 3 anni, la Procura ha chiesto 1 anno, 9 mesi e 10 giorni, limitatamente ai reati di falso e rivelazione di segreto d’ufficio.
Diversa la posizione di Marini: beneficiando dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, secondo l’accusa di secondo grado non sono utilizzabili neppure le dichiarazioni del suo più stretto collaboratore, elemento che ha portato alla richiesta di assoluzione.
A spiegare l’impostazione della Procura è una nota del procuratore generale Sergio Sottani: «È stata posta particolare attenzione all’avvenuta abrogazione della fattispecie di abuso d’ufficio. La Procura Generale ha precisato che tale reato non è stato assorbito da altre ipotesi criminose, ma è stato eliminato dall’ordinamento, circostanza che impone di valutare diversamente le contestazioni originariamente mosse agli imputati».
Altro nodo centrale della requisitoria riguarda la rivelazione del segreto d’ufficio. «È stata operata una puntuale distinzione tra le diverse ipotesi previste dal Codice penale – prosegue Sottani – chiarendo che la fattispecie prevista dal terzo comma non costituisce un’aggravante, ma un’autonoma previsione di reato». Da qui, le richieste di assoluzione fondate sulla distinzione tra semplice “segnalazione” e istigazione alla commissione del reato, oltre che sulla più recente giurisprudenza in tema di non punibilità della successiva circolazione della notizia segreta da parte di terzi.
Un focus specifico è stato dedicato anche all’associazione per delinquere. Secondo la Procura generale, perché il reato sia configurabile è necessario individuare all’interno del presunto sodalizio almeno un soggetto titolare di informazioni coperte da segreto d’ufficio, in grado di rivelarle agli altri. L’assenza di questo requisito è stata indicata come decisiva per escludere l’esistenza dell’associazione contestata in alcuni capi d’imputazione.
Nel dettaglio, è stata chiesta la condanna a 10 mesi e 20 giorni per Maurizio Valorosi, mentre l’assoluzione «per non aver commesso il fatto» è stata sollecitata per Catiuscia Marini, Marco Cotone, Antonio Tamagnini ed Eleonora Capini. Chiesta inoltre l’assoluzione di Antonio Tullio e Massimo Lenti dal reato di cui al capo 38 limitatamente al verbale della commissione esaminatrice del 6 luglio 2018, con conferma nel resto, e il rigetto degli appelli proposti da Patrizia Borghesi, Alessandro Sdoga, Patrizia Mecocci, Alvaro Mirabassi, Walter Orlandi, Simonetta Tesoro, Potito D’Errico, Domenico Riocci e Mauro Faleburle.
Ora la parola passa alla Corte d’appello, chiamata a decidere se accogliere la linea della Procura generale e riscrivere radicalmente uno dei processi più rilevanti della recente storia giudiziaria e politica umbra.
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