
di GILBERTO SCALABRINI
Foligno, 3 apr. 2026 – C’è un dettaglio che, più di altri, aiuta a leggere il profilo del nuovo vescovo: monsignor Felice Accrocca è anche un giornalista. Non per vezzo, ma per scelta concreta. Un tratto che emerge subito, netto, nell’incontro diretto e cordiale con i colleghi della stampa.
La sede è quella del settimanale cattolico La Gazzetta di Foligno, in via Saffi, all’istituto San Carlo. Un primo contatto che già disegna uno stile preciso: quello di un pastore abituato alle parole, ma soprattutto al loro peso. Accrocca si muove con naturalezza tra ascolto e comunicazione, conosce il mestiere delle domande e restituisce risposte che sfuggono ai toni rituali.

Ad aprire il confronto è don Luigi Filippucci, parroco di Colfiorito, che richiama il valore della comunicazione come forma di liberazione. Nel suo intervento trova spazio anche il ricordo di Fabio Luccioli, giovane voce del settimanale e di Radio Gente Umbra, scomparso lo scorso anno a soli 38 anni. Un passaggio che dà profondità all’incontro, prima che il dialogo si allarghi.
I temi si susseguono: l’organizzazione delle diocesi, le visite nelle parrocchie, il clero locale, il ruolo della Chiesa, fino allo spopolamento delle aree interne, all’intelligenza artificiale e alla presenza femminile. Accrocca risponde con semplicità, accompagnando le riflessioni con una vena di simpatia che non passa inosservata.
Il punto di partenza resta il rapporto con l’informazione. «Con i giornalisti deve esserci stima e collaborazione sincere», afferma. Poi il richiamo alla sostanza del mestiere: «L’informazione deve tendere alla verità, stare sui fatti. Non è importante arrivare primi, ma arrivare bene». E ancora: niente derive allarmistiche o scandalistiche, perché «quello è un disservizio». Parole che riconoscono il ruolo della stampa, ma ne sollecitano anche la responsabilità: «Servono coscienza e conoscenza: una senza l’altra non basta».
Lo sguardo si allarga al presente, dove – osserva – il rischio è quello di un processo mediatico che si sovrappone alla realtà. Da qui l’invito a un confronto reciproco, anche sul linguaggio: «Noi possiamo dirvi quando i toni sono troppo accesi, ma voi potete dirci se parliamo in modo incomprensibile». Un’ammissione lucida: «A volte usiamo un “ecclesialese” che non arriva alla gente». È qui che si inserisce la necessità di trovare parole nuove, soprattutto per dialogare con i giovani.
Sui temi più concreti, il vescovo mantiene prudenza. La riorganizzazione delle diocesi resta una prospettiva aperta, ancora indefinita. Sugli incarichi, accenna con un sorriso: «Cosa devo cambiare, se ancora non conosco nessuno?». Intanto si profila un primo decreto, tra conferme e possibili novità.
Più chiara è invece l’idea di presenza sul territorio. Accrocca ha già predisposto un calendario di visite nelle parrocchie, con orari pensati per favorire la partecipazione. «Camminerò tra la gente», dice. Un’immagine concreta di vicinanza pastorale, fatta di ascolto e relazioni. «Ciò che dà significato alla vita sono le relazioni», sottolinea, raccontando anche la sorpresa per l’accoglienza ricevuta: «A Foligno e ad Assisi la gente ti ferma e parla». Un timore iniziale, legato al cambio di contesto rispetto al Sud, si è sciolto in una scoperta.
Non manca uno sguardo alle sfide contemporanee. Sull’intelligenza artificiale, ammette con franchezza di conoscerla poco, ma ne coglie il potenziale, soprattutto in campo medico. Allo stesso tempo, esprime una preoccupazione: «Il rischio è che faccia regredire l’uomo».
Ampia la riflessione sulle aree interne, le cosiddette “isole minori”, su cui la Chiesa ha già fatto sentire la propria voce. Accrocca è tra i promotori di una lettera aperta al Governo, firmata da oltre 140 tra vescovi e cardinali, per chiedere politiche capaci di colmare i divari. Un documento condiviso anche dal Presidente della Repubblica.
Sul fenomeno dei giovani che lasciano il territorio, invita a evitare letture semplicistiche: «C’è un mito del Nord», osserva, ricordando però che la qualità formativa non è appannaggio esclusivo di quelle realtà. Il problema è più ampio: lo spopolamento delle aree interne a favore delle grandi città, dove i giovani rischiano di perdersi «nell’anonimato delle periferie», in contesti fragili e poveri di servizi.
Un cambiamento che apre a nuove vulnerabilità sociali e politiche, mentre le disuguaglianze globali crescono e la ricchezza si concentra. «Può sembrare fantapolitica, ma non è così lontano», avverte. La risposta, allora, torna al territorio: rafforzare legami, ricostruire comunità, alimentare partecipazione. «È un modo per resistere», conclude. «Oggi dobbiamo aiutare le persone a pensare».
Infine, uno sguardo al ruolo delle donne. Il cammino verso una piena valorizzazione è ancora aperto, ma Accrocca invita a superare pregiudizi ormai fuori tempo. «Nella Chiesa rappresentano circa il 70% del tessuto connettivo», ricorda. Un contributo essenziale, che chiede riconoscimento e spazio.
Parole, ancora una volta. Ma parole che cercano di pesare.
(Dal Corriere dell’Umbria)
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