Perugia, 3 giugno 2026 – Il telefono si era appena spento. Dall’altra parte dello schermo c’era sua madre, rassicurata da quelle parole che lasciavano sperare in giorni migliori. Pochi minuti dopo, però, nel silenzio della sua cella a Capanne, quel filo con la vita si è spezzato per sempre. Un detenuto di 32 anni, originario di Bevagna, si è tolto la vita ieri nel carcere perugino, lasciando sgomenti compagni di detenzione, agenti penitenziari e un’intera comunità che lo conosceva e gli voleva bene.

La sua storia è quella di una caduta nella dipendenza dalla droga che aveva finito per travolgere il resto della sua esistenza. Non quella di un criminale abituale, raccontano quanti gli erano vicini, ma di un giovane che, nonostante gli errori, conservava alle spalle una famiglia presente e la prospettiva concreta di tornare presto libero. Tra circa due mesi, infatti, avrebbe affrontato il processo d’appello e confidava di poter uscire dal carcere. Un traguardo che non è riuscito ad attendere.

«È una sconfitta per l’apparato pubblico. Non meritava il carcere: con un percorso alternativo il ragazzo si sarebbe salvato», afferma il garante regionale dei detenuti, Giuseppe Caforio, intervenuto in serata nell’istituto penitenziario per gestire una situazione carica di tensione e dolore. Per oltre tre ore detenuti, agenti, la direttrice del carcere e il comandante della polizia penitenziaria si sono confrontati in un clima pesante, scioltosi soltanto alla fine tra lacrime, una preghiera condivisa e un lungo applauso. Ma la rabbia è rimasta sospesa nell’aria. «Lo hanno lasciato morire», avrebbe gridato qualcuno prima del rientro ordinato nelle celle.

A rendere ancora più inquietante il quadro sono i racconti che emergono dall’interno della struttura. Un compagno di detenzione riferisce che il giorno precedente il trentaduenne si sarebbe procurato delle ferite. Sullo sfondo restano problemi denunciati da tempo: sovraffollamento, insufficienza dell’assistenza sanitaria e psicologica e una cronica carenza di personale. Il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, parla di una situazione organizzativa critica e sottolinea che al momento della tragedia un solo agente era chiamato a vigilare su due sezioni aperte con circa cento detenuti, una condizione che rende estremamente difficile intercettare e prevenire i gesti autolesionistici.

Quello avvenuto a Capanne è il quarto suicidio registrato nelle carceri umbre dall’inizio dell’anno, mentre il bilancio nazionale continua a crescere. Numeri che riportano sotto i riflettori il dramma del disagio psicologico dietro le sbarre e l’urgenza di interventi strutturali. Intanto la Procura di Perugia ha aperto un’inchiesta per fare piena luce sull’accaduto. Nelle prossime ore sarà disposta l’autopsia.

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