
di GILBERTO SCALABRINI
In montagna c’è un’orchestra che suona da secoli. Non ha un direttore, non segue spartiti e non vende biglietti. È il concerto dei campanacci delle mucche, un suono antico che accompagna il risveglio dei pascoli e scandisce il ritmo della vita di malghe e allevamenti.
In questi giorni, però, qualcuno ha pensato che quel concerto fosse un fastidio. In Val Brembana, dove si sono stato diverse volte, alcuni turisti si sono lamentati perché, a loro dire, i campanacci non li lasciano dormire. La risposta del sindaco è stata tanto semplice quanto geniale: «Non posso metterli in modalità silenzioso». Una battuta che ha fatto sorridere il web, ma che racchiude una verità profonda.
La montagna non è un parco a tema costruito per il turismo. È un territorio vivo, dove uomini e animali convivono da sempre. Chi sceglie di trascorrere qualche giorno tra boschi e pascoli dovrebbe sapere che il silenzio assoluto non esiste. Al suo posto ci sono il muggito di una vacca, il canto del gallo all’alba, il rumore del vento tra gli abeti, lo scorrere di un torrente e, naturalmente, il tintinnio dei campanacci.
Quei suoni raccontano una storia fatta di sacrificio, di levatacce prima dell’alba, di mani consumate dal lavoro e di famiglie che continuano a presidiare territori difficili. Gli allevatori non producono soltanto latte e formaggi: custodiscono il paesaggio, mantengono puliti prati e pascoli, prevengono l’abbandono delle montagne e preservano un patrimonio ambientale e culturale che appartiene a tutti.
Sarebbe paradossale desiderare montagne verdi, prati ordinati e malghe aperte, pretendendo però di eliminare proprio i suoni che testimoniano la presenza di chi quel paesaggio lo rende possibile ogni giorno.
Forse il problema non sono i campanacci, ma le aspettative. Se si cerca il silenzio assoluto, probabilmente bisogna prenotare una camera insonorizzata. Se invece si sceglie la montagna autentica, bisogna accettarne anche la voce. Perché quei rintocchi metallici non disturbano il riposo: ricordano semplicemente che la montagna è ancora viva.
E finché continueremo a sentire il suono di un campanaccio salire dai pascoli, potremo essere certi che qualcuno sta ancora lavorando per custodire un territorio che tutti amiamo, anche chi, ogni tanto, si lamenta di non riuscire a dormire.
Il giorno in cui i campanacci smetteranno di suonare, forse qualcuno dormirà meglio. Ma sarà anche il giorno in cui la montagna avrà perso una parte della sua anima.
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