
Dopo il liceo scientifico ha rinunciato all’università per continuare l’azienda di famiglia a Norcia. Produce formaggi, alleva quattrocento pecore e difende un mestiere sempre più raro: «Questa vita si fa solo per passione, ma senza prezzi giusti e ricambio generazionale il futuro della montagna è a rischio»
dall’inviato GILBERTO SCALABRINI
Norcia, 29 luglio 2026 – L’odore del latte appena munto si mescola ai belati delle pecore. È così che comincia ogni giornata di Leonardo Tiberi, trent’anni appena compiuti e il coraggio di andare controcorrente. Nell’ovile quattrocento pecore attendono impazienti di uscire al pascolo, mentre alle spalle si alzano i Sibillini, ammantati dal verde intenso dei boschi, e davanti si apre la piana di Norcia. È qui, a Case dei Quarantotti, che Leonardo ha deciso di costruire il proprio futuro scegliendo di restare nella terra dove è nato.
Dopo il diploma al liceo scientifico, conseguito con ottimi risultati, molti lo immaginavano all’università. Lui, invece, ha imboccato una strada che oggi appare quasi rivoluzionaria: lavorare nell’azienda di famiglia e diventare pastore.

Conduce un’azienda con circa quattrocento pecore da latte, produce formaggi nel caseificio aziendale e porta avanti un mestiere antico. Una scelta dettata dalla passione, non dalla necessità, in un territorio dove paesi e borghi continuano a perdere giovani e abitanti.
«Da bambino – racconta sorridendo, mentre ci accompagna tra il gregge – seguivo sempre mio padre Ernesto e, prima ancora, i miei nonni materni. Finito il liceo non ho avuto dubbi: ho deciso di fare il pastore e il casaro a tempo pieno. Mungiamo due volte al giorno e trasformiamo tutto il latte nel nostro caseificio. Alleviamo anche agnelli e produciamo carne».
Esistono ancora ragazzi che scelgono di fare gli allevatori a Norcia?
«Purtroppo i giovani sembrano avere più grilli per la testa che pecore. Io ho scelto questa vita per vocazione, non per costrizione. Oggi il pastore lo fai solo se ci credi davvero, altrimenti dopo pochi mesi molli tutto. È un lavoro senza orari, sette giorni su sette. In compenso vivere qui, immersi nella natura, è un privilegio che pochi possono permettersi. Mia sorella studia Medicina ad Ancona e credo che seguirà un’altra strada».
Come cambia il lavoro durante l’inverno?
«È il periodo più tranquillo, perché la campagna rallenta. Aiuto mio padre nel caseificio, mi occupo dei mezzi agricoli e coltiviamo terreni anche a Castelluccio, lavorando pure per conto terzi. Abbiamo inoltre trasformato il vecchio casolare dei nonni in appartamenti per l’ospitalità rurale. Chi soggiorna qui entra nella vita dell’azienda e partecipa alle nostre giornate. Nonna Giulia, ottant’anni, prepara colazioni con formaggi, salumi, yogurt e dolci fatti in casa.»
Com’è una tua giornata?

«La sveglia suona sempre all’alba. Si parte con la mungitura meccanizzata. Poi, insieme ai miei due collaboratori, ognuno segue il proprio compito. Io spesso lavoro nei campi con la mietitrebbia, mentre il gregge esce al pascolo. Le pecore sono divise in due gruppi: quelle che stanno allattando e quelle gravide. Restano fuori fino al tardo pomeriggio, poi rientrano in stalla, dove integriamo l’alimentazione con foraggi e mangime».
Chi lavora oggi negli allevamenti della Valnerina?
Leonardo sorride. «Questo resta un territorio vocato alla pastorizia, ma ormai la manodopera è quasi tutta straniera, soprattutto albanese, macedone e romena».
Che cosa diresti a un ragazzo che sta pensando di fare il pastore?

«Gli direi di capire innanzitutto se ama davvero questo lavoro. Fare il pastore significa viverlo ventiquattr’ore al giorno, senza ferie né festività. Se manca la passione, dopo pochi mesi si lascia perdere. Ho avuto giovani dipendenti, ma quasi tutti hanno rinunciato».
Hai mai avuto la sensazione di esserti perso qualcosa scegliendo questa vita?
Ride. «La discoteca l’ho frequentata quando avevo sedici o diciassette anni. Oggi la mia vita è un’altra. Ho una compagna, una figlia di sette anni, Ambra, e il prossimo 16 agosto nascerà il nostro secondo figlio».
Quale futuro attende l’agricoltura della Valnerina?
Per la prima volta il sorriso si spegne e lascia spazio alla preoccupazione. «È un momento difficile. Se non riesci ad arrivare direttamente al consumatore finale lavori quasi sempre in perdita. I prezzi vengono decisi dall’industria di trasformazione e finiscono per schiacciare le aziende agricole. Così diventa complicato programmare il futuro».
I contributi pubblici rappresentano una soluzione?
«Più che contributi vorrei poter vivere del mio lavoro. I sostegni servono, ma spesso finiscono anche a imprese che con l’agricoltura vera hanno poco a che fare. Se un giovane volesse partire da zero oggi, senza un’azienda alle spalle, sarebbe quasi impossibile. Diverso è il discorso per chi può contare su un’azienda già avviata da far crescere».
Quanto pesa la presenza del lupo?
«Qui il lupo è presente soprattutto in montagna, ma gli attacchi sono rari. Noi ne abbiamo subìto uno molti anni fa e abbiamo perso una decina di pecore. Da tempo non facciamo più la transumanza e ogni sera il gregge rientra in stalla, protetto anche da due cani da guardiania».
Esiste ancora qualcuno che pratica la transumanza?
«Sì. Un mio caro amico, Stefano Pasqua, porta ogni estate i suoi trecentocinquanta capi in alta montagna. I pascoli permettono di risparmiare il foraggio per l’inverno, ma i sacrifici sono enormi».
Mentre continuiamo a parlare, le pecore scalpitano nell’ovile, impazienti di raggiungere il pascolo. La recente tosatura le ha private del loro pesante vello, che un tempo rappresentava una ricchezza. Oggi non è più così.
«Dalla lana non si ricava niente», dice Leonardo. «Spesso dobbiamo perfino pregare qualcuno che venga a prenderla».
È l’immagine più eloquente della pastorizia di oggi: un mestiere che continua a custodire il paesaggio e la biodiversità della montagna, anche quando perfino la lana non trova più mercato.
(Dal Corriere dell’Umbria)
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