
Perugia, 1 ago. 2026 – Dai conti di circa metà delle società emerge un quadro più favorevole, ancora da confermare. L’Ebitda margin regionale cresce grazie a Terni, mentre Perugia rafforza valore aggiunto e investimenti. La produttività tiene meglio della media italiana, ma resta ampio il ritardo sul capitale immateriale.
Una fotografia ancora provvisoria

I primi segnali arrivano dai bilanci depositati nel 2026 e relativi all’esercizio 2025. Ne sono stati presentati circa la metà: non abbastanza per tracciare un consuntivo, ma quanto basta per cominciare a leggere la direzione presa dalla parte più strutturata dell’economia regionale.
Il campione comprende società per azioni, società a responsabilità limitata, società in accomandita per azioni e cooperative soggette al deposito del bilancio. Sono poco meno del 25,5% delle imprese attive umbre, ma concentrano tra il 70% e il 75% del fatturato complessivo.
La Corporate Umbria, vale a dire l’insieme di queste imprese, conserva il tratto che Andrea Cardoni, professore di Economia aziendale all’Università degli Studi di Perugia e coordinatore del gruppo di lavoro camerale, ha definito “muscolare e muscoloso”. Produce, vende e non rinuncia agli investimenti materiali. Da tempo, però, fatica più di altri sistemi produttivi a trasformare i ricavi in redditività: un’economia che fa muscoli sul fatturato, ma resta magra nei margini.
I conti finora depositati aggiungono qualche luce. Il valore aggiunto medio per impresa cresce in Umbria dell’11,2%, mentre diminuisce del 12,5% in Italia e del 15,7% nelle Marche; la Toscana avanza del 5,6%. Il valore della produzione media aumenta dello 0,3%, contro il -14,6% nazionale e il -18% marchigiano. L’utile medio per impresa umbra sale da 103.059 a 104.399 euro, mentre quello italiano scende da 158.141 a 130.507 euro.
Terni trascina la crescita dei margini
Il dato centrale è l’Ebitda margin, dall’inglese Earnings before interest, taxes, depreciation and amortization: il margine operativo lordo in rapporto al valore della produzione. Indica quanti euro restano all’impresa ogni cento euro prodotti dopo aver sostenuto i principali costi della gestione ordinaria — materie prime, energia, servizi e personale — ma prima di ammortamenti, interessi e imposte.
È un indicatore importante perché misura la capacità di trasformare l’attività in redditività operativa. Un margine elevato può riflettere prezzi più remunerativi, maggiore efficienza o prodotti a più alto valore aggiunto; un margine contenuto segnala invece che i costi assorbono una parte maggiore dei ricavi.
In Umbria l’Ebitda margin sale dall’8,4% all’8,8%. L’Italia scende dal 9,8% al 9,2%; le Marche crescono dal 9,5% al 10,3% e la Toscana dal 9,6% al 9,9%. La regione recupera terreno, pur restando dietro alle due aree confinanti. La media nazionale comprende inoltre il Mezzogiorno, dove i margini sono generalmente più bassi: per misurare la capacità competitiva di medio periodo, il confronto più impegnativo resta quello con le regioni del Nord.
L’intero miglioramento regionale è dovuto alla provincia di Terni

Nel Perugino l’Ebitda margin resta sostanzialmente stabile, scendendo dall’8,6% all’8,5%. Nel Ternano compie invece un balzo dal 7,6% al 10%, portandosi sopra la media italiana provvisoria.
Il risultato va letto insieme al calo del valore della produzione medio ternano, pari al 24,6%. Terni trattiene una quota maggiore di margine su ogni euro prodotto, ma all’interno di un volume medio di attività più ridotto. Perugia, al contrario, registra una crescita del valore della produzione del 7,5%.
Anche gli utili seguono due traiettorie differenti. A Terni l’utile medio cresce da 53.093 a 71.866 euro, con un aumento del 33,3%, pur fermandosi al 62% dei 115.946 euro registrati nel Perugino. A Perugia l’utile medio scende del 2,3%, dai precedenti 118.666 euro. Il valore aggiunto per impresa cresce del 14,3% a Perugia e del 2,5% a Terni.
La produttività tiene, ma resta il divario
La produttività del lavoro, misurata attraverso il valore aggiunto per addetto, segue un andamento coerente con quello dei margini provinciali: scende dell’1,6% a Perugia e cresce del 3,1% a Terni.
Nell’intera Umbria la flessione è dello 0,7%, molto più contenuta rispetto al -7,7% italiano. Marche e Toscana registrano invece lievissimi aumenti, rispettivamente dello 0,2% e dello 0,1%.
Il calo nazionale riduce la distanza, senza cancellarla. A valori reali, espressi in euro dell’anno 2020, la produttività si attesta a 50.348 euro per addetto in Umbria, contro 55.729 euro in Italia: il ritardo regionale è ancora del 9,7%. Perugia raggiunge 51.462 euro, Terni 46.143.
Sugli investimenti le province si separano
La differenza più marcata emerge sul capitale produttivo. In provincia di Perugia le immobilizzazioni complessive medie aumentano del 10,1% e quelle materiali del 18,9%. Gli investimenti e gli altri incrementi patrimoniali hanno quindi più che compensato ammortamenti, svalutazioni, cessioni e ulteriori riduzioni.
A Terni le immobilizzazioni complessive scendono invece del 16,1%, quelle materiali del 14,7% e quelle immateriali del 9,1%. Non significa che le imprese non abbiano investito, ma indica che i nuovi apporti non sono stati sufficienti a ricostituire il capitale consumato, ceduto, svalutato o comunque uscito dai bilanci.
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