
I vigili del fuoco riattivano l’impianto su disposizione della procura: il monossido si diffonde nuovamente nella stanza dove è morto il contrabbassista Davide La Rosa. Individuata una lesione nella canna fumaria, giovedì nuovo sopralluogo e autopsia
Perugioa, 4 ago. 2026 – L’indagine sulla morte del contrabbassista Davide La Rosa entra in una fase decisiva. Gli accertamenti tecnici disposti dalla Procura sembrano infatti confermare che il monossido di carbonio possa essersi nuovamente propagato all’interno dell’Hotel Fortuna nelle stesse condizioni in cui, venerdì scorso, il musicista ha perso la vita. Un elemento che potrebbe rivelarsi determinante per ricostruire la dinamica della tragedia e accertare eventuali responsabilità.
Per tutta la giornata di ieri i vigili del fuoco hanno effettuato un lungo sopralluogo tecnico nella struttura ricettiva, riattivando l’impianto per verificare se il fenomeno fosse riproducibile. L’esito degli accertamenti ha evidenziato una nuova diffusione del gas tossico quando è stata rimessa in funzione la caldaia destinata alla produzione di acqua calda. Le concentrazioni più elevate di monossido di carbonio sono state rilevate nella camera occupata da Davide La Rosa e in un’altra stanza del piano inferiore.
Nel corso delle verifiche, eseguite con una telecamera all’interno della canna fumaria, i vigili del fuoco hanno individuato una lesione in corrispondenza del solaio che separa i due piani. Secondo quanto riferito da chi ha assistito alle immagini, si tratterebbe di un foro dai contorni ben definiti. Per stabilire se proprio da quel punto si sia verificata la fuoriuscita del gas sarà necessario un nuovo sopralluogo, già fissato per giovedì, durante il quale verrà smantellato il fondello della canna fumaria per consentire un’ispezione diretta.
Nella stessa giornata sarà conferito anche l’incarico per l’autopsia. Agli accertamenti parteciperanno i consulenti nominati dai familiari della vittima, assistiti dall’avvocato David Brunelli, e quelli degli indagati, il titolare e il gestore dell’albergo, padre e figlio, difesi dall’avvocato Franco Libori.
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