Domani sera il borgo vivrà la sfida più attesa tra i Quartieri. Mesi di allenamenti, sacrifici e scaramanzie si decideranno in pochi secondi sulla pista di viale delle Vittorie. In palio il drappo 2026 e soprattutto l’orgoglio di un’intera contrada.

 dall’inviato GILBERTO SCALABRINI

Montefalco, 18 ago. 2026 – Mancano ormai poche ore alla sfida più attesa, quella che ogni anno riaccende rivalità, speranze e scaramanzie nei quattro Quartieri di Montefalco. Domani sera, mentre il buio avvolgerà lentamente la città e il rullo dei tamburi scandirà l’attesa del pubblico, nel parcheggio di viale delle Vittorie andrà in scena il momento culminante della storica Fuga del Bove: la corsa dei quattro giovani tori.

Pochi secondi nei quali possono dissolversi mesi di allenamenti, sacrifici e veglie nelle stalle. Lo scorso anno a imporsi fu il toro di San Fortunato: nella finalissima allungò la falcata, mise il “turbo” e fermò il cronometro a 26 secondi e 44 centesimi, lasciando l’avversario di San Bartolomeo in un nugolo di polvere.

Quest’anno San Fortunato ha già fatto sentire la propria presenza vincendo la staffetta, mentre Sant’Agostino ha conquistato il podio degli spettacoli, la gara della balestra e la Freccia d’Oro con Fausto Bisogni. Ma la corsa dei tori è un’altra storia. Qui tutto ricomincia da capo.

Ad attendere il Quartiere vincitore c’è anche il Palio della Fuga del Bove 2026, dipinto dall’artista Elfrida Gubbini: il drappo che diventa il simbolo concreto della vittoria e attorno al quale si concentrano l’orgoglio, le attese e i colori del borgo.

I giovani tori scelti dai Quartieri sono tutti di razza chianina e da mesi vengono accuditi con cura nelle stalle del contado. Le certificazioni veterinarie ne attestano la razza e le condizioni di salute. Ad allenarli sono ragazzi tra i 16 e i 20 anni che, giorno dopo giorno, imparano a conoscerne movimenti, esitazioni, paure e umori. La sera del 19 saranno dieci i giostratori in campo: otto titolari e due riserve, affiancati dai maestri di corda.

Gli animali vengono allenati prima al passo, poi al trotto e infine alla corsa, negli spazi davanti alle stalle o su piste realizzate appositamente, simili a quella che dovranno affrontare. Ma non basta insegnare loro a correre. Bisogna abituarli soprattutto a ciò che li circonderà nella notte decisiva: le luci, il rullo dei tamburi, le grida, gli applausi e il frastuono della folla.

Con il tempo imparano a fidarsi. Seguono i loro addestratori con una docilità sorprendente, riconoscendone la voce e persino l’odore. «Viviamo con loro una sorta di simbiosi fisica e affettiva – racconta Emanuele Lubricchio, ex giostratore –. I tori si abituano a chi li segue e imparano a rispondere docilmente ai comandi».

Un tempo ogni Quartiere custodiva gelosamente la propria tecnica di allenamento. «C’era perfino chi insegnava al toro a cambiare passo e postura prima delle curve – ricorda Maurizio Scacaroni, ex maestro di corda, più volte vincitore con San Bartolomeo – Serviva a evitare che entrasse in sbandata e finisse fuori pista. Dopo l’eliminazione del dosso per ragioni di sicurezza, il percorso è diventato più scorrevole e il toro può affrontarlo in maniera più aggressiva».

La pista è ovale e misura 195 metri. I tori partono sfalsati, da corsie opposte larghe sei metri. Sulla carta sono soltanto misure. Quando comincia la gara, però, tutto diventa velocità, tensione e istinto.

Alla vigilia, invece, nelle stalle torna il silenzio. Qualche giostratore resta accanto al proprio “campione” per tutta la notte: per tranquillizzarlo, per scaramanzia, forse per chiedergli di ripagare con una vittoria mesi di sacrifici. E sopravvive anche l’antico timore di qualche “incursione” degli avversari, retaggio di rivalità mai del tutto sopite.

Solo la sera della gara ogni toro riceve il proprio nome, talvolta curioso, talvolta solenne o evocativo. Nomen omen, dicevano gli antichi: nel nome è racchiuso un presagio.

Poi arriva il momento dell’ingresso in pista. I tori, inghirlandati e infiocchettati con i colori dei Quartieri, si guardano intorno con grandi occhi lucidi, mentre le lunghe orecchie mobili inseguono ogni rumore. Un tamburo, un grido dalla tribuna, un applauso improvviso possono trasformarsi in un rombo di tuono.

È allora che diventano decisivi i ragazzi al loro fianco. Una voce conosciuta, una mano sulla corda, un gesto ripetuto durante mesi di allenamento possono riportare l’animale alla calma e accompagnarlo verso la partenza.

Poi, per un istante, tutto sembra fermarsi. La corda si tende, il pubblico trattiene il fiato e il toro scatta. Da quel momento non esistono più pronostici né scaramanzie. Restano soltanto 195 metri di pista, quattro Quartieri e una manciata di secondi per entrare nella storia della Fuga del Bove.

 

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