
La Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado l’ex fidanzato della ventiduenne, uccisa nel marzo 2025. Al centro del processo il controllo sulla giovane e la premeditazione del delitto
Roma, 27 ott. 2026 – Ilaria Sula voleva riprendere i propri spazi. La sua richiesta di allontanarsi dalla relazione si era scontrata, secondo la ricostruzione dell’accusa, con il controllo sempre più insistente dell’ex fidanzato. Il 27 ottobre la Terza Corte d’Assise di Roma ha condannato all’ergastolo Mark Samson, reo confesso dell’omicidio della studentessa ventiduenne. La sentenza di primo grado ha riconosciuto la premeditazione e l’occultamento del cadavere.
Il delitto risale al marzo 2025, nell’appartamento in cui Samson viveva con i genitori, nel quartiere Africano della capitale. Dopo averla uccisa a coltellate, il giovane nascose il corpo in una valigia e lo abbandonò in un dirupo nella zona di Capranica Prenestina. Il ritrovamento avvenne il 2 aprile, dopo giorni di ricerche, quando fu lo stesso Samson a indicare il luogo agli investigatori.
Al centro del dibattimento, oltre alla ricostruzione dell’aggressione, sono finiti i comportamenti precedenti all’omicidio: l’accesso alle conversazioni private di Ilaria attraverso le sue credenziali social, i messaggi agli amici e l’incapacità di accettare la distanza chiesta dalla ragazza. Per la Procura, elementi di un disegno fondato sul possesso e sul controllo, culminato in un delitto pianificato.
La difesa ha contestato la premeditazione, sostenendo la tesi di un gesto d’impeto e chiedendo le attenuanti generiche. Una lettura contrastata dall’accusa e dalla parte civile, che hanno richiamato le incongruenze del racconto dell’imputato e la gestione dei giorni successivi all’omicidio. In quel periodo Samson utilizzò il telefono di Ilaria per far credere che fosse ancora viva.
La condanna accoglie la richiesta di pena avanzata dalla Procura. Per i genitori della studentessa, presenti durante il processo, resta una perdita che nessun verdetto può colmare. «L’ergastolo vero ce lo abbiamo noi, io e mia moglie», ha detto il padre Flamur dopo la sentenza.
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