
L’ultima strofa: dove il Cantico rivela la sua verità. La lettura inattesa del vescovo di Assisi
dall’inviato GILBERTO SCALABRINI
FOLIGNO, 21 nov. 2025 – “Il Cuore nascosto del cantico” è molto più di un titolo: è una dichiarazione d’intenti. Monsignor Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, oggi pomeriggio ha presentato al Teatro San Carlo il suo nuovo volume dedicato al testo francescano più famoso di sempre. Ma lo ha fatto ribaltando la prospettiva e propone al lettore una lettura sorprendente e innovativa: partendo dalla fine.
«Sono le ultime strofe -esordisce- a racchiudere il cuore nascosto di questo meraviglioso inno. Come in un canone inverso ho rovesciato la lettura tradizionale subito sulle strofe finali, dedicate al perdono, al dolore e a “sora nostra Morte corporale”».

Ed è qui che la melodia del cantico è un invito a guardarsi dentro, nel profondo dell’animo. Sia in apertura sia nei momenti di pausa della presentazione del libro, undici ragazzi del Teatro Stabile del San Carlo hanno portato in scena un musical dedicato alla vita del Poverello.

Il libro, edito da Mondadori, nasce proprio da questa intuizione e il vescovo che vive ad Assisi da 22 anni, ha dedicato il suo lavoro di ricerca al pianista folignate Luca Giuliani “perchè – spiega- nell’unico incontro, poco prima del suo spiccare il volo verso l’eternità, mia ha impresso il segno di un0amicizia da sempre e per sempre“.
Sorrentino ripercorre le fonti francescane, ricostruendo il rapporto tra Francesco e la Chiesa di Assisi e rimettendo in ordine i luoghi e i momenti in cui il Cantico vide la luce. È qui che introduce la sua tesi più forte: le pagine conclusive sarebbero state composte non a San Damiano, come spesso tramandato, ma all’interno del Vescovado di Assisi. Una novità che ridisegna parti importanti della narrazione tradizionale.
«Si tradisce il Cantico – osserva – se lo si legge partendo dall’urgenza ecologica. Francesco è prima di tutto l’uomo della lode, l’uomo che guarda il mondo come un mistero da contemplare. La custodia del creato viene dopo, come conseguenza». È un modo di rimettere al centro l’essenziale: la condizione umana, con la sua bellezza e la sua fragilità, e quell’amore di Dio che – dice il presule – “vibra dentro le crepe dell’esistenza”.
Durante l’incontro, moderato dalla giornalista Francesca Romana Elisei, è intervenuto anche Stefano Brufani, docente di studi francescani all’Università di Perugia, che ha dialogato con l’autore sul valore storico e spirituale di questa nuova lettura.
Il volume, denso e meditativo, coinvolge fin dall’inizio: la lode francescana non appare più come un semplice canto agli elementi cosmici, ma come un abbraccio al dramma umano, un invito a uno sguardo più pacato e contemplativo.
E quando Sorrentino arriva a contestare le narrazioni più estreme delle Fonti – che descrivono un Francesco quasi abbandonato nella rigidità dell’inverno, circondato dai topi – lo fa con fermezza: «Impossibile. Vorrebbe dire immaginare i frati incapaci di proteggere il loro padre spirituale in condizioni tanto precarie». Del resto, ricorda, sono le stesse Fonti a parlare della presenza del ministro generale, accorso per assicurare al santo cure adeguate.
Ne emerge un Francesco più umano e più vero, e un autore che, con rigore e partecipazione, prova a restituire al Cantico la sua densità originaria: quella di un inno nato non solo dalla gioia per il creato, ma dall’intima, struggente lotta di un uomo che si prepara all’ultimo tratto del cammino.
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