di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 18 gen. 2026 – Nel cuore di Foligno, dove un tempo zampillavano decine di fontanelle in ghisa, oggi resistono appena sette piccole sentinelle dell’acqua pubblica. Una sopravvivenza silenziosa, spesso ignorata, ma che racconta un pezzo di storia urbana fatto di artigianato, cura e quotidianità che il tempo ha quasi cancellato.

La più affascinante e anche la più amata di queste fontanelle resiste in via Mentana. È rimasta com’era: struttura originale intatta, getto costante, acqua sempre disponibile. Ai lati qualcuno ha voluto collocare due grandi piante sempreverdi. Un presidio d’altri tempi in una città che attorno ha cambiato pelle. C’è chi punta il dito e parla di spreco, soprattutto in un’epoca segnata dalla crisi idrica. Ma chi conosce bene la rete spiega che chiuderla con un rubinetto non porterebbe alcun risparmio: non esistono vasche di accumulo collegate, l’acqua non viene “conservata”, semplicemente scorre.

La fontanella di via Mentana è così diventata un piccolo miracolo di resilienza urbana. Un oggetto rimasto fermo al Novecento mentre tutto il resto correva. Secondo la memoria storica, le fontanelle in ghisa arrivarono a Foligno negli anni Trenta e divennero presto parte integrante dell’arredo urbano. Lo sono rimaste fino agli anni Novanta, quando la manutenzione ha iniziato a diradarsi e molte sono state rimosse, una dopo l’altra.

Le superstiti hanno destini diversi. In via Benedetto Cairoli, in via Gramsci e in piazza Matteotti funzionano ancora, anche se l’erogazione è affidata a pulsanti temporizzati. Hanno conservato una certa eleganza, ma hanno perso quella semplicità immediata che le rendeva familiari. Altrove la situazione è più fragile. In via Piermarini (foto) sopravvive l’unica fontanella da parete, funzionante ma con rubinetto in ottone a pulsante temporizzato.

In via Scuola Arti e Mestieri c’è la celebre “piagnarella”, così ribattezzata dai residenti perché fino a poco tempo fa lasciava scendere solo un filo d’acqua timido, insufficiente persino a dissetare un gatto. Oggi non eroga più nulla. In via Benaducci, infine, c’è la “vedova”: qualcuno l’ha privata del cappello e ha asportato il “nasone”, il caratteristico rubinetto curvo che ricordava un naso.

A parte sta il caso della fontanella di piazza del Grano. Moderna, senza il fascino della ghisa, funziona solo grazie all’ingegno dell’addetto alle affissioni: con un bastone infilato nel pulsante a terra, rotto da anni, riesce ancora a farla zampillare. Una scena quasi neorealista, che dice molto sullo stato di manutenzione e sull’arte di arrangiarsi.

Poi c’è la regina. Elegante, monumentale, fuori scala rispetto alle altre. È la fontana del Parco dei Canapè, firmata da Nicola Brunelli nel 1933: una vasca ellittica dominata dalla maschera di un tritone che versa acqua dalla bocca. Da decenni è un punto fermo del polmone verde di Foligno, luogo di ristoro e di passeggio, rifugio lontano dal traffico e dall’inquinamento.

La fontanella di Via Gramsci

Non è sempre stata lì. In origine la fontana si trovava in piazza della Repubblica, ma vi rimase solo pochi anni. L’acqua nebulizzata dal getto centrale, sospinta dal vento, attraversava la piazza, rendeva scivoloso il selciato e finiva per bagnare i passanti, creando disagi soprattutto d’inverno. Così l’Amministrazione decise di spostarla ai Canapè, dove ha trovato la sua collocazione definitiva: più riparata, più sicura e, col tempo, diventata una delle immagini simbolo della città.

La fontanella vandalizzata di via Benaducci

La domanda, oggi, è inevitabile: le fontanelle torneranno? E quelle rimaste verranno davvero valorizzate? Non c’è dubbio che si tratti di un patrimonio identitario, elementi di arredo urbano che appartengono alla memoria collettiva. Con una manutenzione adeguata potrebbero tornare a essere funzionali e decorative insieme. Riproporre copie fedeli dei modelli d’epoca sarebbe complesso e costoso, è vero. Ma salvare e raccontare quelle che ancora resistono forse è il primo passo per non lasciar seccare, insieme all’acqua, anche un pezzo di storia di Foligno.

(Dal Corriere dell’Umbria)

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