di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 8 apr. 2026 – Non impugna bacchetta, Antonio Barbi. Non ne ha bisogno. A parlare, prima ancora della voce del coro, sono le sue mani: nervose, leggere, precise. Si aprono e si richiudono come ali in cerca di equilibrio, scivolano sopra lo spartito con una sicurezza che è memoria e istinto insieme. Le dita disegnano traiettorie invisibili nell’aria, chiamano gli ingressi, frenano gli slanci, accarezzano le pause. È un linguaggio muto eppure chiarissimo, che i coristi seguono con gli occhi prima ancora che con l’orecchio.

La cronaca comincia da qui, da questo dettaglio quasi intimo: il foglio segnato dalle note, la carta che fruscia appena, e quelle mani che tengono insieme tutto, come fili tesi tra disciplina e abbandono. Non c’è rigidità, ma nemmeno improvvisazione. Ogni gesto è misura, ogni cenno è una consegna. Barbi non dirige soltanto: modella il suono, lo plasma nell’aria prima che diventi voce collettiva.

E sono le stesse mani a guidare la Schola Cantorum “Santa Cecilia” di Foligno, la storica corale della Cattedrale di San Feliciano, presenza viva da decenni nell’animazione liturgica delle celebrazioni diocesane.

La sua è una storia che affonda lontano. «La mia passione per la musica e il canto nasce da ragazzino», racconta. A Maceratola, negli anni Settanta, è il parroco don Luigi Filippucci a intuire quella inclinazione e a spingerlo verso lo studio. Il conservatorio, il diploma in pianoforte, poi l’organo in chiesa, compagno discreto delle prime liturgie. Nel 1987 l’ingresso nella cattedrale di San Feliciano come organista, in una stagione di passaggi e di eredità raccolte: la direzione della Schola affidata a Virginio Agneletti dopo la scomparsa di don Guerriero Silvestri, l’organo lasciato da Franco Benigni. Fino al 2002, quando arriva la chiamata alla guida del coro: «Il vescovo Arduino Bertoldo, insieme al parroco Giuseppe Bertini, mi chiese di assumere la direzione». Da allora, un filo mai spezzato.

Oggi sono circa trenta i cantori che segue, divisi in quattro sezioni – soprani, contralti, tenori e bassi – un organismo vivo che respira all’unisono. «Animiamo le liturgie diocesane, arricchiamo il canto dell’assemblea nelle celebrazioni importanti. È un lavoro silenzioso, per modo di dire, perché quando ci siamo si sente». Dietro, però, c’è la fatica costante: prove durante tutto l’anno, anche due volte a settimana, negli spazi dell’ex seminario di piazza Giacomini.

L’età media si aggira tra i 45 e i 50 anni, e il futuro passa da una sfida delicata: «Il ricambio generazionale è complesso, soprattutto in ambito parrocchiale. È un impegno continuo». Eppure la passione resiste, si rinnova, trova nuove voci. Anche quando serve, come accaduto di recente, a rinforzare la sezione dei bassi.

La Schola non è solo liturgia, ma anche presenza culturale. Concerti, progetti, collaborazioni. E momenti che restano impressi: «Gli inviti del cardinale Fortunato Frezza a cantare a Roma, nella basilica di San Pietro. Un’emozione indescrivibile, un sogno». Così come l’oratorio dedicato a San Francesco, nel segno degli ottocento anni, costruito intrecciando parole e musica insieme alla compagnia Innuendo.

Poi c’è il cuore più profondo, quello della tradizione. Gli occhi del maestro si illuminano quando ne parla. «Siamo un coro di grande storia. Nel 2027 dovrebbe cadere il centenario, ma probabilmente le origini sono ancora più antiche». A suggerirlo è un nome: Francesco Morlacchi, che tra il 1830 e il 1832 scrisse l’inno per San Feliciano. «Questo ci fa pensare che già allora esistesse un coro». E da lì un patrimonio che attraversa i secoli: le composizioni di Luigi Laurentini, divenuto poi sacerdote francescano; i canti di don Marco Lezzi Marchetti; l’eredità di don Guerriero Silvestri, figura chiave per la sopravvivenza stessa della corale. «Noi teniamo viva questa tradizione, la tramandiamo».

Un repertorio che guarda al passato ma resta ancorato al presente, seguendo le indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana per la liturgia. E anche una produzione propria: «Scrivo soprattutto salmi responsoriali, per dare maggiore rilievo alla liturgia della parola».

E allora il colore torna a farsi cronaca. Perché in quelle mani che si muovono senza bacchetta c’è tutto questo: una storia personale e collettiva, una comunità che canta, un patrimonio che resiste al tempo. Mani che guidano senza imporre, che custodiscono senza trattenere. Mani che, più di qualsiasi gesto visibile, tengono il tempo di una voce antica — e ancora viva.

(Dal Corriere dell’Umbria)

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