Quasi quattrocento soci, generazioni diverse unite dagli stessi colori e una tradizione che continua ben oltre i giorni dell’Agosto Montefalchese. Il priore Lorenzo Caterini racconta l’anima di una comunità fatta di volontariato, memoria, giovani e passione. Nel suo ultimo anno di mandato, lascia un’eredità affidata a tre parole: valori, orgoglio e operatività

Dall’inviato GILBERTO SCALABRINI

Montefalco, 9 agosto 2026 – Quando cala la sera su Montefalco, le strade cambiano volto. Le pietre restituiscono l’eco dei tamburi, le torce accendono bagliori sulle facciate, le stoffe degli abiti rinascimentali sfiorano i vicoli e, per qualche ora, il presente sembra farsi da parte. Ma perché quella macchina del tempo possa davvero mettersi in moto servono mani, idee, fatica. E soprattutto persone.

Sono loro l’anima dei Quartieri, piccoli mondi che nei giorni dell’Agosto Montefalchese diventano comunità dentro la comunità. Qui si incontrano generazioni diverse, ragazzi e adulti, anziani e bambini; le distanze si accorciano e la parola di ciascuno riesce a trovare spazio nell’ascolto dell’altro. Poi, quando la festa finisce, quei mondi sembrano dissolversi. Solo apparentemente, però. Perché restano sottotraccia, pronti a riaccendersi e a ricominciare.

Senza i Quartieri, la Fuga del Bove perderebbe il suo cuore pulsante. Non partirebbe la macchina del tempo, gli spettacoli resterebbero senza scena, i costumi senza interpreti, le taverne senza profumi e sapori. E soprattutto mancherebbe quello stupore che, sera dopo sera, si accende negli occhi del pubblico.

San Francesco è uno di questi mondi. Un Quartiere che brulica di idee, operosità e voglia di fare. Dietro ogni dettaglio ci sono riunioni, prove, ore sottratte al tempo libero, mani che cuciono, costruiscono, cucinano, preparano e sistemano. Un esercito silenzioso che raramente sale sul proscenio, ma senza il quale il proscenio non esisterebbe.

«È un mondo fatto di persone», ripete il priore Lorenzo Caterini. E i numeri aiutano a capire quanto forte sia questo senso di appartenenza. Alla cena di tesseramento erano quasi quattrocento, tra adulti e bambini. Un piccolo popolo dentro Montefalco.

«A livello di aggregazione significa moltissimo. Basta guardare il nostro corteo, che diventa ogni anno più ricco di persone. Questo nutrito stuolo di soci aiuta a mantenere in vita la manifestazione, la rende più forte e le permette di migliorare, emozionare e coinvolgere».

La comunità, dunque, non è una parola da pronunciare nelle occasioni ufficiali. È qualcosa che prende forma nei volti, nelle presenze, nella disponibilità di chi continua a esserci. Caterini la misura anche attraverso immagini semplici: una taverna piena, i bambini che crescono tra i colori del Quartiere, gli adulti che trent’anni fa contribuirono a dare una spinta decisiva alla rievocazione e che ancora oggi continuano a partecipare.

Sono queste, racconta, alcune delle soddisfazioni più grandi del suo ruolo di Priore. Poi ci sono la corsa dei tori, le gare, gli spettacoli messi in scena con successo negli ultimi anni. Dietro, quasi invisibile agli occhi dello spettatore, resta il lavoro del direttivo: impegno, responsabilità, fatica.

Eppure ci sono momenti nei quali tutta quella fatica sembra trovare improvvisamente un significato.

Uno di questi risale allo scorso anno. San Francesco organizzò un appuntamento dal titolo quasi programmatico: “Ieri, oggi e domani”. Attorno allo stesso tavolo si ritrovarono tutti i Priori ancora in vita del Quartiere. Insieme ripercorsero oltre mezzo secolo di storia, dalla nascita della Fuga del Bove fino ai giorni nostri.

Un ponte tra generazioni, memorie e futuro. «È stato un momento che ci ha reso molto orgogliosi», ricorda Caterini. «Abbiamo ripercorso tutti i passaggi più importanti della nostra storia. Del resto, in ogni evento c’è partecipazione, c’è coinvolgimento».

Ed è proprio sul futuro che oggi si gioca forse la sfida più importante. Una tradizione può avere radici profonde, ma senza nuove generazioni rischia di diventare soltanto memoria.

Il Priore non ha dubbi: coinvolgere i giovani è fondamentale. «Altrimenti questa festa di popolo non ha futuro. Far partecipare sempre di più le nuove generazioni alle gare e alla vita del Quartiere significa trasformare la storia da semplice nozione teorica a esperienza viva, partecipata e comunitaria».

È probabilmente questo uno dei risultati più profondi della Fuga del Bove: la storia smette di essere soltanto qualcosa da leggere nei libri. Si indossa, si attraversa, si corre, si costruisce. Diventa gesto, costume, voce, competizione. Diventa qualcosa che si può consegnare da una generazione all’altra.

E se San Francesco fosse una persona?

Caterini ci pensa poco: «Avrebbe un carattere resiliente». Una parola soltanto, ma dentro c’è quasi tutto. La capacità di resistere, di ricominciare, di attraversare le difficoltà senza perdere identità e voglia di stare insieme.

Lo si comprende forse ancora meglio quando agosto finisce. Le ultime luci si spengono, i costumi vengono riposti, la taverna si svuota e il rumore della festa lascia spazio alla normalità. All’inizio prevale quasi il sollievo: finalmente ci si può riposare dopo settimane di sforzi. Poi, lentamente, arriva la malinconia.

«Dopo tanta fatica c’è bisogno di recuperare energie. Ma poi comincia a mancare tutto e non si vede l’ora che arrivi la cena di Natale, quando ci ritroviamo insieme e il direttivo coglie l’occasione per ringraziare tutti. A primavera inoltrata si riparte e l’intera organizzazione torna a mettersi in gioco».

È un ciclo che si ripete. Quasi una stagione dentro le stagioni di Montefalco. Quest’anno, però, per Lorenzo Caterini c’è qualcosa di diverso. È il suo ultimo anno da Priore. Lo dice senza enfasi, ma le parole acquistano inevitabilmente un peso particolare. La Fuga del Bove accompagna da moltissimo tempo la sua vita. Ha fatto parte di numerosi direttivi, ha conosciuto stagioni diverse del Quartiere, ne ha osservato i cambiamenti e condiviso fatiche e soddisfazioni.

Ora, alla vigilia della fine del mandato, ciò che vorrebbe lasciare non ha la forma di un trofeo né di una vittoria.

È qualcosa di meno visibile e forse proprio per questo più importante.

«Mi auguro di lasciare l’appartenenza a questi colori e a questo Quartiere. San Francesco è un momento di socialità. Farne parte è un valore per chi lo vive come una famiglia. È un legame che unisce le persone dalla nascita alla morte, fondato sulla solidarietà, sull’aiuto reciproco, sulle tradizioni condivise e su un senso di appartenenza che va molto oltre i giorni del calendario d’agosto».

Poi indica ciò che vorrebbe restasse dopo di lui: «Continuità di valori, orgoglio e operatività». Tre parole che valgono quasi come un testimone da consegnare a chi verrà dopo. Intanto Montefalco continua a riempirsi di suoni, costumi e colori. Il corteo avanza, le allegorie prendono vita, gli spettacoli trasformano piazze e vicoli in un grande teatro a cielo aperto. Il pubblico osserva, applaude, si emoziona.

Ma dietro quella scena c’è molto di più. Ci sono quasi quattrocento persone che si ritrovano attorno agli stessi colori. Ci sono bambini che imparano guardando gli adulti, uomini e donne che continuano a esserci dopo trent’anni, generazioni di Priori che si passano memoria e responsabilità. E c’è un Quartiere che, quando ad agosto le luci si spengono, non finisce davvero.

Resta nelle persone. E aspetta soltanto il momento di ricominciare.

 

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