
di GILBERTO SCALABRINI
Roma, 14 ott. 2026 – Sedici e diciassette anni. Una minicar, un cobra sul cofano, luci sul paraurti. E persone che, secondo la ricostruzione riferita, diventano bersagli di aggressioni. È questo il dettaglio che toglie il fiato: qualcuno avrebbe cercato un divertimento nella paura degli altri.
La noia, se davvero è stata il movente, rende tutto ancora più inquietante. Perché fra un pomeriggio vuoto e un’aggressione c’è una soglia precisa: riconoscere che chi abbiamo davanti è una persona. Ha un corpo che può essere ferito, una vita che può essere sconvolta. Superare quella soglia significa ridurlo a un oggetto sul quale esercitare il proprio potere.
Liquidare tutto come una ragazzata sarebbe un’offesa a chi ha subito le aggressioni. Ma anche parlare di una generazione di delinquenti sarebbe una scorciatoia. Questi due adolescenti non rappresentano tutti i loro coetanei. Ci obbligano, però, a interrogarci sul mondo adulto e sulla sua capacità di educare, ascoltare, intervenire.
Che cosa insegniamo sul rispetto? Quanto siamo presenti, oltre a provvedere alle necessità materiali dei figli? Sappiamo pronunciare un no e sostenerlo, anche quando costa fatica? Sono domande che riguardano famiglie, scuola e comunità. Cercare le responsabilità educative serve a prevenire; la responsabilità dei gesti resta di chi li compie.
Ai ragazzi occorrono attenzione, occasioni, luoghi in cui sentirsi parte di qualcosa. Occorrono anche limiti chiari e conseguenze concrete. Devono imparare che una vittima non scompare quando finisce il divertimento: si porta a casa lo spavento, le ferite, talvolta la paura di uscire ancora.
Dove arriveremo di questo passo? Dipende anche da quanto siamo disposti a cambiare passo noi adulti. Nessun destino è già scritto per due minorenni. Proprio per questo bisogna intervenire con fermezza, senza minimizzare e senza rinunciare a recuperarli.
Il cobra sul cofano può colpire l’immaginazione. Ma la questione è dentro quell’abitacolo: come si arriva, a sedici anni, a considerare la sofferenza di uno sconosciuto un modo per riempire il pomeriggio?
(Un’illustrazione simbolica, non una ricostruzione dei fatti, per accompagnare il commento)
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