
Foligno, 2 nov. 2025Dove per anni c’era solo polvere e buio, ora si sente di nuovo il suono delle voci. La chiesa di Sant’Apollinare, una delle più antiche di Foligno, torna a vivere. In piazza Don Minzoni – oggi cuore della movida cittadina – la facciata severa in pietra e mattoni si apre finalmente, accogliendo chi vuole riscoprire un frammento della memoria collettiva.

Un tempo era conosciuta come la “chiesa della Morte”, perché ospitava la confraternita che accompagnava i condannati al patibolo. Oggi, invece, a varcarne la soglia sono i volontari di Foligno in Fiore, armati di scope, pennelli e passione. Ripuliscono le pareti, rimuovono le ragnatele, lavano i marmi. L’obiettivo è chiaro: restituire dignità a un luogo dimenticato e trasformarlo di nuovo in uno spazio di vita e bellezza.

L’iniziativa, sostenuta dal Comune di Foligno, ha ottenuto il plauso dell’assessore allo Sviluppo Economico Elisabetta Ugolinelli. “La chiesa sarà riaperta al pubblico domenica 9 novembre” racconta una volontaria, con la voce che tradisce l’emozione. E non è difficile immaginare che in molti – folignati e turisti – accorreranno a vedere da vicino questo scrigno rimasto chiuso per oltre cinquant’anni.
La struttura, spiegano gli esperti, presenta una pianta a croce greca, frutto della ristrutturazione settecentesca firmata da Francesco Antonio Bettini. Sull’altare maggiore troneggiava un’Annunciazione di Gaetano Gandolfi, mentre nei bracci laterali erano custodite una Deposizione dalla Croce e una Resurrezione del pittore senese Giuseppe Nicola Nasini.
All’esterno, su piazza del Grano, un’iscrizione ricorda la solenne processione penitenziale del 1815; poco più in là, un teschio incastonato tra i mattoni sembra ancora vegliare, logorato dal tempo. All’interno, al centro della navata, sopravvive un grande cerchio inciso con una scritta in latino che celebra il pavimento “lastricato di solido bronzo, restaurato nel 1915”: umido, scrostato, ma ancora vivo nella sua memoria.
Per Foligno, Sant’Apollinare non è solo una chiesa: è un simbolo. Un contenitore culturale strategico, un tassello identitario. Dopo decenni di abbandono, il sisma del ’97 e i lunghi restauri conclusi nel 2017, il portone si riapre. E il suono delle voci che oggi rimbalzano tra le sue mura segna il ritorno alla luce di un frammento prezioso della città.
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