Intervista a cura di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 12 dic. 2025 – A Foligno, la luce ha ancora una custode antica. Da seicento anni, da quando nel 1424 alcune monache giunte da Sulmona fondarono il monastero dedicato a Santa Lucia, i fedeli bussano qui cercando protezione per la vista: quella degli occhi e quella, più fragile, dell’anima.

Le suore del monastero in preghiera dietro le grate della chiesa di santa Lucia

Il 13 dicembre, “il giorno più corto che ci sia”, porta con sé un crepuscolo precoce, e forse è proprio in quel buio anticipato che la presenza delle clarisse sembra più necessaria.

Interno della chiesa; a dx la tela dedicata a santa Lucia, attribuita a Giovan Battista Michelini

Oggi dietro quelle mura vivono ventisette monache: la più anziana ha 94 anni, memoria viva di decenni di preghiere; la più giovane, suor Maria Michela, ne ha 35 e cammina con passo leggero, come se la vocazione fosse un filo appena teso tra timore e ardore. Entriamo in questo universo sospeso per incontrare la madre badessa, suor Maria Maddalena Terzoni: donna dalla calma vasta, un’intelligenza che non alza mai la voce e un sorriso che somiglia più a una luce che a un gesto.

L’esterno del monastero e della chiesa di santa Lucia, ricostruita nel 1928 secondo linee neogotiche

Al citofono ci accoglie un «Dio sia benedetto» che scivola fuori dalle mura come un respiro. Poi il parlatorio, la grata, l’attesa. E quando suor Maria Maddalena appare, sembra portare con sé una quiete che scende come una polvere sottile. I suoi occhi sorridenti attraversano lo spazio, e forse anche noi.

Interno del monastero

Madre, come è iniziato tutto?
Sono originaria di Milano. Studiavo Scienze naturali, una ragazza normalissima. Trentassette anni fa ho lasciato tutto ed ero al terzo anno di università. Ho sentito una chiamata: dedicarmi non solo a me stessa, ma agli altri.

Nella bussola in legno all’esterno del monastero erano collocati i neonati abbandonati o le offerte per le monache

Quanti anni aveva?
Ventidue. Frequentavo l’oratorio, la mensa dei poveri, seguivo i portatori di handicap. Verso i diciassette anni avevo iniziato a sentire che dovevo cercare di più. Non capivo cosa fosse. Poi partecipai a uno spettacolo su san Francesco e santa Chiara: cantavo, ballavo… e quella recitazione mi corrispose nel cuore. Una ragazza del musical entrò qui, nel monastero di Santa Lucia. Venendola a trovare, conobbi le suore. Ogni volta mi sentivo a casa. Fra queste pietre trovavo quella totalità che cercavo.

Particolare della bussola girevole

Il ricordo più vivo di quegli anni?
Una veglia ad Assisi, nella basilica di san Francesco, con i giovani di Taizé: pregammo e cantammo a lungo. Sentii un rapporto diretto con il Signore. E ricordo l’ultima lezione di vulcanologia: davanti alla meraviglia della Terra pensai “Non lascio qualcosa di brutto, ma qualcosa di bello… per qualcosa di ancora più bello”.

Rimpianti?
Non hanno senso. Appartengono a un passato che non ritorna.

Intorno a lei le pietre del monastero sembrano respirare piano.

La grata: reclusione o protezione?
Per noi è una finestra, non una barriera. Chi entra vede che noi apparteniamo totalmente a Dio. E noi preghiamo per chi è fuori.

E la maternità?
Una monaca non rinuncia alla maternità: la vive diversamente. Ci prendiamo cura le une delle altre, soprattutto delle sorelle anziane. E poi c’è una maternità che supera la grata: quella della preghiera.

Come si scandisce la vostra giornata?
È un respiro tra preghiera, lavoro e vita comunitaria. Ci alziamo alle 5:30, preghiamo, lavoriamo, preghiamo ancora. A mezzogiorno l’ora media, poi il pranzo, la ricreazione, di nuovo lavoro e preghiera fino a sera. Ogni cosa è pensata per un equilibrio spirituale e umano.

E il mondo esterno? Come filtra fino a qui?
Leggiamo i giornali, L’Avvenire e l’Osservatore romano. Qualche email. I social no, per scelta. Molto ci arriva dalle persone: più che la notizia in sé, l’eco che lascia nel cuore.

Perché tante persone vi chiedono preghiere?
Per sopportare la vita: malattie, dolori familiari, solitudini. Genitori, nonni, figli di coppie separate… La richiesta più frequente è di pregare per loro.

Ha senso pregare per chi non crede?
È come una madre che pensa al figlio lontano: anche se lui non torna, resta suo figlio.

E quando Dio sembra non rispondere?
Succede. Alcune domande restano nel cuore. Pregare non significa avere tutte le risposte.

In chiusura le chiediamo della festa di Santa Lucia.

Come sarà quest’anno?
Il 12 dicembre la messa alle 18. Il 13 celebrazioni dalle 7 alle 19, con la conclusione presieduta dal vescovo Domenico Sorrentino.

La sua voce scivola nel silenzio del parlatorio come una carezza antica. Fuori, la luce del pomeriggio comincia a calare. Dentro, la custode di quella luce resta, immobile e presente, come una promessa.

(Dal Corriere dell’Umbria)

 

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