di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 24 gen. 2026 – Non è stata solo una celebrazione. È stata una chiamata. Alle prime luci del giorno, quando la città sembrava ancora sospesa tra notte e attesa, le campane della cattedrale hanno squarciato il silenzio con un suono pieno, festoso, quasi impaziente. Foligno si è svegliata così, richiamata attorno al suo patrono. Subito dopo, gli squilli limpidi delle chiarine della Quintana hanno dato forma al rito: un ingresso solenne, cadenzato, che ha portato in cattedrale gli alfieri dei dieci Rioni, i Priori, il presidente dell’Ente Quintana Domenico Metelli e il Comitato centrale di palazzo Candiotti. Tradizione e fede, ancora una volta, hanno camminato insieme.

Ma il momento che ha segnato davvero la mattinata non è arrivato dal suono degli strumenti. È arrivato dalla parola. Dal pulpito, durante il pontificale in onore di san Feliciano, il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena e Montepulciano, ha pronunciato un’omelia netta, senza sconti. Dopo il saluto alle autorità e al parroco don Cristiano Antonietti – suo allievo ai tempi del seminario – il porporato ha puntato lo sguardo sul presente, chiamando in causa i potenti del nostro tempo: «Stanno rischiando di diventare dominatori più che servitori».

Un messaggio che ha subito allargato l’orizzonte, fino alle ferite aperte del mondo. Le guerre, le persecuzioni, il genocidio dei cristiani, in particolare in Nigeria, dove migliaia di fedeli sono stati uccisi o costretti a fuggire dalle campagne. Un dolore antico e attuale insieme, che ha trovato nello specchio dei martiri – da san Feliciano ai testimoni di oggi – un filo di continuità drammatico e luminoso allo stesso tempo.

«Viviamo un tempo particolare – ha detto Lojudice – segnato dalla violenza, ma anche un tempo opportuno, un passaggio della storia». Il Giubileo appena celebrato e l’anno francescano diventano così una profezia, ma con una condizione chiara: «Rischiano di restare lontani dalla vita concreta, se non li portiamo nel presente». Da qui l’appello, quasi un invito personale rivolto a ciascuno: raccogliere i frammenti del tempo, ricomporli con il ritmo dell’interiorità, riscoprire la sosta, il silenzio, la libertà di rispondere. «Svegliamoci – ha incalzato – anzi: torniamo all’essenziale».

Richiamando la “speranza disarmata” evocata da Papa Leone XVI, il cardinale ha invitato a resistere al cinismo e alla rassegnazione: «Nessuno potrà mai spegnere la fede. La testimonianza di Feliciano è una luce antica e nuova. La luce c’è, il Signore è presente. Spegniamo il chiacchiericcio e accendiamo la coscienza. Iniziamo da noi». Fino al monito finale, pronunciato con la forza di una sentenza morale: «Il fatalismo non è saggezza, è vuoto morale. Non possiamo restare spettatori passivi. Le guerre si possono fermare».

La cattedrale, gremita oltre ogni previsione, non è riuscita a contenere tutti. Fedeli in piedi, navate colme, un silenzio intenso e partecipe hanno restituito l’immagine di una città raccolta attorno al suo santo, in una celebrazione che è stata insieme rito religioso e specchio di un tempo inquieto. Solenne anche il rito dei doni alla diocesi, tra cui il cero pasquale offerto dall’Ente Quintana.

Tra i banchi, accanto alla gente comune, le autorità civili e istituzionali: i sindaci di Foligno e Valtopina, Stefano Zuccarini e Gabriele Coccia; il presidente della Provincia Massimiliano Presciutti; la vicepresidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria Bianca Maria Tagliaferri. In chiesa anche i cavalieri del Santo Sepolcro con i mantelli bianchi, i rappresentanti delle forze armate, degli enti e delle istituzioni.

A concelebrare la messa con il cardinale Lojudice, i vescovi Francesco Massara e Domenico Sorrentino, insieme a circa cinquanta sacerdoti delle parrocchie della diocesi. Proprio Sorrentino, nel saluto iniziale, ha portato anche l’abbraccio del nuovo vescovo di Foligno, Felice Accrocca.

Ai lati della statua in argento e oro di san Feliciano, due granatieri di Sardegna con i torreggianti colbacchi di pelo d’orso; lungo la balaustra dell’altare maggiore, i carabinieri in alta uniforme. Un colpo d’occhio potente, carico di simboli, capace di raccontare una devozione antica che continua a parlare al presente.

A dare voce alla liturgia, la Schola Cantorum di Santa Cecilia diretta dal maestro Antonio Barbi. Intensa e misurata l’interpretazione del solista Pierluigi Simeoni, accompagnato all’organo da Luca Agneletti e al contrabbasso da Luca Marzetti. Una musica sobria, mai invadente, che ha sostenuto la preghiera collettiva.

Al termine della celebrazione, una lunga fila silenziosa si è snodata verso la statua del santo. Uno dopo l’altro, i fedeli hanno baciato il piede di san Feliciano, in un gesto semplice e antico, carico di affidamento e speranza.

Nel pomeriggio, tantissima gente ha preso parte alla solenne processione che ha attraversato le vie del centro storico, accompagnata dal suono delle campane, dagli squilli delle chiarine e dalla banda musicale, restituendo alla città il volto pubblico della devozione. Alle 18, la messa di ringraziamento ha chiuso la giornata liturgica.

Domani le celebrazioni proseguiranno con la messa solenne delle 11 e, nel pomeriggio, il Premio della bontà. Un calendario fitto, ma soprattutto un tempo condiviso, in cui Foligno rinnova il patto con la propria storia e con il suo santo, tra fede, memoria e responsabilità.

 

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