di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 7 feb. 2026 – Il colore arriva prima delle parole. Colpisce lo sguardo, poi costringe a fermarsi. Quegli abiti non stanno lì per essere guardati: stanno lì per essere ascoltati. Appesi, ordinati, immobili, portano addosso il peso di un istante che ha cambiato tutto. Non sono abiti qualunque. Sono presenze. Raccontano di paura, di vergogna imposta, di un “no” pronunciato e ignorato. Raccontano di fiducia tradita, di corpi violati, di violenze consumate lontano dagli sguardi, spesso proprio nei luoghi in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro. Guardarli significa scegliere di non voltarsi dall’altra parte.

Da sx. Federica Mastrovaleri, referente Centro Antiviolenza e Maurita Lombardi, presidente Liberamente Donna

È da qui che prende forma “Com’eri vestita?”, la mostra inaugurata oggi pomeriggio al piano terra di Palazzo Candiotti, in via Gramsci, che apre uno squarcio netto su una realtà ancora drammaticamente attuale: la violenza contro le donne.

Ogni anno il centro antiviolenza di Foligno diventa un punto di approdo per decine di donne che chiedono ascolto e protezione. Lo racconta Federica Mastrovaleri, referente della struttura, che nel solo 2025 ha registrato 92 nuovi contatti: il 72% donne italiane, il resto straniere, provenienti da contesti sociali diversi. Per queste ultime, spiega, «denunciare è spesso più difficile: pesano la precarietà dei documenti e la scarsa conoscenza delle leggi». Preoccupante anche l’abbassamento dell’età: «Sempre più ragazze dai 18 anni in su si rivolgono al centro per affrontare le prime forme di violenza all’interno di relazioni giovanissime». In una realtà piccola come Foligno, infine, non sono mancati casi gravi, tra cui episodi di violenza legati all’uso della cosiddetta droga dello stupro.

All’inaugurazione della mostra, ieri pomeriggio, ha partecipato anche l’assessore Elisabetta Ugolinelli, con deleghe a scuola, alta formazione e pari opportunità, che ha ribadito il valore della prevenzione e il ruolo fondamentale dei centri antiviolenza. «Come donna mi sento molto vicina a questi percorsi», ha sottolineato. Presente anche la responsabile dei servizi sociali, Sandra Ansuini, referente della Zona sociale n. 8, che comprende i Comuni di Foligno, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Montefalco, Nocera Umbra, Sellano, Spello, Trevi e Valtopina, impegnata nella tutela dei diritti e della dignità delle persone.

L’esposizione itinerante porta al centro della scena una realtà che attraversa la cronaca quotidiana ma che qui prende forma attraverso oggetti comuni, capaci di diventare testimonianza silenziosa di molestie, stupri e abusi.

A spiegarne il senso è Maurita Lombardi, responsabile dell’associazione Liberamente Donna: «La mostra resterà visitabile fino al 14 febbraio ed è nata per sensibilizzare l’intera comunità su un tema che oggi è anche al centro di una proposta di legge. In tutte le forme di violenza le donne tendono a colpevolizzarsi, pur essendo vittime di comportamenti gravi. È così che elementi come l’abbigliamento finiscono per spostare l’attenzione dalla responsabilità dell’aggressore al presunto comportamento della vittima. Queste condotte vanno condannate senza se e senza ma».

Un meccanismo noto e pervasivo. Se l’aggressore è uno sconosciuto, ci si chiede perché la donna non sia stata prudente; se è un conoscente, si insinua il sospetto della provocazione; se è il marito o il compagno, la violenza viene minimizzata, ricondotta alla gelosia, all’eccesso d’amore, a un presunto raptus. Letture che finiscono per spostare la colpa dalla responsabilità dell’aggressore al comportamento della vittima.

La mostra nasce proprio per scardinare questi stereotipi. L’installazione, ideata dal Centro antiviolenza Cerchi d’Acqua, espone abiti che rappresentano simbolicamente quelli indossati al momento della violenza, accompagnati da brevi testi affidati alle parole delle donne accolte dal centro. Frasi essenziali, ma potentissime, che restituiscono frammenti di vita e trasformano il dolore in testimonianza.

“Com’eri vestita?” non è soltanto un’esposizione, ma un percorso di elaborazione del trauma. Parte da un presupposto chiaro: ogni donna possiede dentro di sé la forza e le risorse per uscire dalla violenza, se sostenuta e ascoltata.

L’obiettivo è netto e necessario: decostruire l’idea, ancora radicata, che l’abbigliamento, l’atteggiamento o il comportamento di una donna possano essere la causa della violenza subita. Una narrazione da ribaltare partendo dai fatti, dalle voci e dalla verità delle donne.

Un percorso di consapevolezza che passa dall’ascolto, dalla prevenzione e dal riconoscimento delle responsabilità, per rompere il silenzio e restituire alle vittime ciò che troppo spesso viene loro negato: credibilità, dignità, giustizia.

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