
Montefalco, 5 marzo 2026 – Le mura di Montefalco si stagliano ancora alte, tutt’intorno alla città, sorreggendo possenti i fianchi della collina che, per la forte pendenza, avrebbero da tempo ceduto in mancanza di un qualche sostegno. Sono costituite da mattoni e pietrame locale di origine lacustre proveniente dai dintorni, residuo del preistorico Lacus Umber, che nel Piocene – scriveva il compianto storico prof. Silvestro Nessi – occupava tutta la vallata centrale. (Foro di Giancarlo Balzarini)
Fra la fine del XII e i primi decenni del XIII secolo, esse si snodavano già quasi ad anello intorno ai primitivi insediamenti romani sulla sommità del colle, proteggendo la popolazione rurale che vi aveva cercato rifugio dalla violenza dei secoli travagliati dell’Alto Medioevo. L’avvento della civiltà comunale segnò una vera e proprio rinascita e, già fra il 1244 e gli inizi del Trecento, il “girone” o “Castellare” era così esteso da esigere nuove mura e nuove porte a protezione dei sobborghi formatisi a nord (zona della chiesa Museo di San Francesco) e a sud ovest (prima metà di corso Mameli). Al periodo medioevale si ascrivono tanti esempio di terre murate, di torri di segnalazione, di cinte urbiche, di torri cittadine, di palazzi di Capitani del Popolo che diventeranno successivamente dei Priori e delle Signorie.
Il tratto delle mura interessato dal crollo non è frutto dell’ampliamento trecentesco, realizzato con la consulenza tecnica dell’architetto senese Lorenzo Maitani che, in quegli anni dirigeva ad Orvieto i lavori della fabbrica del Duomo, ma degli interventi alla fine dell’Ottocento, con il taglio della scarpata e la costruzione della rampa che conduce alla porta d’ingresso del paese. In quell’occasione fu realizzato anche il muro di contenimento, spesso appena una quarantina di centimetri. Per gli esperti, una misura esigua che, col passare del tempo, ne ha inevitabilmente compromesso la stabilità, rendendo il crollo solo una questione di tempo.
Vi si apre la torre di Sant’Agostino che sovrasta la porta omonima, ed è, fra le cinque esistenti, la più elegante e la più nota, ritratta nei particolari anche da Benozzo Gozzoli, insieme all’intera città, nell’abside della chiesa di san Francesco a metà del Quattrocento. Essa ci si presenta ancora identica a quel tempo, se non fosse per la mancanza del tetto a capanna in tegole rosse, sostituito da merli ghibellini in epoca romantica.
Sul piano politico, il tandem formato da Proietti e De Rebotti, in stretta collaborazione con il commissario straordinario del Governo per la riparazione e la ricostruzione del sisma 2016, si è mosso immediatamente per fronteggiare il cedimento.
Sono stati infatti destinati oltre 3 milioni e 600mila euro per gli interventi di messa in sicurezza e per il ripristino del tratto di mura del centro storico della Ringhiera dell’Umbria crollato in corrispondenza di Borgo Garibaldi.
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