di GILBERTO SCALABRINI

RIVORTORTO DI ASSISI, 18 maggio 2026 – Con il cuore stretto e gli occhi lucidi, Rivotorto si è fermato per dare l’ultimo saluto a Giovanni Raspa, l’uomo che ha lasciato un vuoto profondo nella sua comunità. Una giornata di dolore composta e sincera, scandita dal silenzio delle persone comuni, dall’abbraccio delle istituzioni, dei cavalieri, degli amici di una vita e degli agenti della Polizia a cavallo giunti da Roma.

Nella chiesa gremita si sono ritrovati anche il sindaco di Assisi Valter Stoppini, con il Gonfalone del Comune, e la presidente della Regione Stefania Proietti. Un paese intero raccolto attorno alla famiglia Raspa, colpita da una perdita che ha scosso profondamente l’intera comunità.

A dare voce al dolore istituzionale è stata Stefania Proietti, che dal pulpito ha ricordato Giovanni con parole cariche di umanità e gratitudine: «Era uno di noi, un uomo amato, capace di costruire relazioni autentiche. Un uomo innamorato delle istituzioni, profondamente legato a uno spirito di servizio raro».

Poi il riferimento alla cavalcata speciale per gli 800 anni dalla morte di San Francesco: «Sarà dedicata anche a lui e al suo cavallo. È il modo più vero per continuare a sentirlo accanto».

Ma è stato soprattutto il ricordo del figlio Riccardo a spezzare il silenzio della chiesa. Ha esordito con “Caro babbo”, ricordando il genitore come un uomo dalle idee forti, dalle parole grandi e pesanti come la pietra. “Discutere con te era sempre costruttivo ed io ho conquistato ben presto la tua amicizia. Ci siamo molto amati. Pesanti sono le contraddizioni della tua persona: pieno di vita, eppure un grande dormiglione, curioso, un lettore insaziabile eppure disinteressato a visitare il mondo.

Democratico cristiano e anche ammiratore della scuola siberiana. Molti, molti amici eppure solo. Lasciato solo.  Il tuo amore per noi e per la tua famiglia aveva un peso specifico, incalcolabile, silenziosamente sempre presente. Più che un padre io ho guadagnato un amico dopo moltissimi combattimenti. Eravamo ormai campioni dei pesi massimi. La nostra relazione è stata un capolavoro di testardaggine. Valori forti e determinazione contro tutto e tutti, con lunghe passeggiate a cavallo, sempre accompagnate da grandi quantità di cibo. Pesanti sono le tracce che lasci dietro di te, in tutti noi e nei tuoi cavalli”.

Una testimonianza intensa, pronunciata con la voce segnata dall’emozione, capace di restituire l’immagine più autentica di Giovanni Raspa. «Ricorderò sempre la sua semplicità, la sua capacità di esserci», ha detto guardando verso la bara del padre. «Era un uomo fuori dagli schemi, pieno di vita, ma anche fragile davanti alle ferite dell’esistenza».

Poi il passaggio più toccante, quello dedicato alla sua anima libera e al rapporto viscerale con i cavalli: «L’amore per i cavalli era parte della sua anima. In ogni sella, in ogni sentiero percorso, lui lasciava qualcosa di sé». Parole che hanno attraversato la chiesa nel silenzio assoluto dei presenti, molti dei quali incapaci di trattenere le lacrime.

Riccardo ha ricordato anche il volto più quotidiano e umano del padre: la passione per la cucina, le storie raccontate con il sorriso e quella voglia ostinata di vivere intensamente ogni momento. E forse è proprio questo che oggi mancherà di più: il suo sorriso, il suo modo unico di guardare il mondo.

Infine, prima che il sacerdote riprendesse il rito della benedizione e incensatura del feretro, gli agenti della Polizia cavallo si sono posti sull’attenti uno di fronte all’altro della bara eseguendola cerimonia chiamata “Cavallo del Capo” o “Cavallo senza cavaliere” simulando il “passo il tratto e il galoppo”. D’altronde Giovanni è morto come avrebbe voluto: a cavallo!

Fuori dalla chiesa, mentre il paese lentamente tornava al silenzio, restavano negli occhi dei presenti i segni di una commozione vera. Perché Giovanni Raspa non era soltanto un uomo conosciuto e stimato: era una presenza viva nella comunità, un carattere forte, autentico, impossibile da dimenticare. E quel vuoto, oggi, pesa come il rumore assordante di un’assenza che nessuno riesce ancora ad accettare.

 

 

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