di GILBERTO SCALABRINI

MONTEFALCO, 23 maggio 2026  – Tra i filari che disegnano le colline di Montefalco, dove il verde delle vigne si rincorre fino all’orizzonte e il Sagrantino racconta da secoli il carattere più autentico dell’Umbria, riaffiora una storia di intuizioni e coraggio, di mani annerite dalla terra e di rivoluzioni silenziose. (Nella foto, da sx Giovanni Venditti, Monica La Torre, Liù Pambuffetti e Manuel Vaquero Pineiro)

È la storia della più antica azienda vitivinicola dell’Umbria dopo le Acciaierie di Terni, custodita nelle pagine del volume “Fui jeri a Scacciadiavoli. Lettere da una cantina dell’Ottocento”, presentato ieri tra le antiche mura della chiesa Museo di San Francesco di Montefalco, illuminate dalla bellezza senza tempo degli affreschi di Benozzo Gozzoli. Un’opera che riporta alla luce non solo il passato di una delle cantine simbolo del territorio, ma anche il profondo cambiamento economico e sociale che trasformò la Valle Umbra tra Otto e Novecento.

Il volume, edito da Etgraphiae, è il risultato di una ricerca durata tre anni e costruita attraverso oltre mille documenti custoditi tra archivi umbri, romani e vaticani. Ne emerge un patrimonio di lettere private e commerciali, mappe catastali, libri mastri, relazioni tecniche e corrispondenze istituzionali che restituisce il ritratto vivo di un’epoca in fermento.

Alla presentazione sono intervenuti Manuel Vaquero Pineiro, professore di Storia economica del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia, e Gianni Venditti degli Archivi Apostolici Vaticani. Presenti anche il sindaco Alfredo Gentili, il quale ha sottolineato come la cantina Scacciadiavoli sia stata la prima a Montefalco ad essere industrializzata. Il vicesindaco Daniele Morici ha coordinato l’incontro. Per la proprietà della cantina era presente Liù Pambuffetti, insieme all’autrice Monica La Torre. Nel parterre anche il presidente della Corte d’Appello di Perugia Giorgio Barbuto, lo storico Fabio Bettoni, il sociologo Roberto Segatori, il professor Mancini e una rappresentanza di ”donne di vino”.

Il cuore del libro è soprattutto la storia di una famiglia che ha segnato il destino del vino umbro. Attraverso le vicende della cantina Scacciadiavoli emerge infatti il racconto di una Valle Umbra in piena trasformazione economica, sociale e culturale. Un cammino che attraversa i decenni e ripercorre le tappe di un’azienda che, come ha ricordato Liù Pambuffetti parlando anche della bellezza del territorio montefalchese, «ridefinisce la natura di un complesso che, lungi dall’essere musealizzato, è ancora oggi impresa viva».

Proprio sul valore del paesaggio e sulla necessità di custodirne l’identità si è soffermato anche Manuel Vaquero Pineiro: «La bellezza del paesaggio è un punto di forza, un valore aggiunto, ma ci invita a riflettere collettivamente e individualmente, soprattutto nelle istituzioni, su come valorizzarla, perché da sola rischia di essere una parola vuota se non c’è un concorso istituzionale che la tuteli».

Tra le carte ingiallite degli archivi e i filari che ancora oggi disegnano le colline di Montefalco, il libro restituisce il ritratto di un’Umbria che attraverso il vino ha imparato a narrare sé stessa. Perché quella di Scacciadiavoli non è soltanto la storia di una cantina, ma il racconto di come un territorio abbia trasformato la propria bellezza in identità, lavoro e futuro. Una storia di impresa e visione che vive ancora oggi nel nome di Scacciadiavoli.

 

 

 

 

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