Una tradizione secolare che resiste nel cuore della montagna umbra e chiede di essere tramandata alle nuove generazioni

di GILBERTO SCALABRINI

Foligno, 22 giugno 2026 – «Chi è rimasto continua a vivere di tradizioni – racconta Antonio Antiseri, presidente dell’Associazione “Amici di Collepino” – e al tramonto del 23 giugno percorre ancora i prati e i sentieri del Subasio, soprattutto lungo il tracciato dell’Acquedotto Romano, raccogliendo erbe e fiori spontanei nel segno dell’antica tradizione del solstizio d’estate e della notte di San Giovanni

I protagonisti di questo antico rituale sono l’iperico, conosciuto come l’erba di San Giovanni, insieme a lavanda, rosmarino, salvia, mentuccia e malva. Un tempo, però, la raccolta era ancora più ricca. «Mia nonna metteva insieme oltre cento essenze tra piante e fiori diversi», ricorda. Tutto veniva immerso in una ciotola di vetro o di terracotta colma di acqua di sorgente, lasciata all’aperto per l’intera notte affinché assorbisse la rugiada del mattino, quella che la tradizione chiamava “rugiada degli Dei”, ritenuta portatrice di salute, fortuna ed energia benefica.

All’alba del 24 giugno l’acqua, ormai impregnata di profumi e simboli, veniva filtrata e utilizzata per lavarsi il viso e le mani. Un gesto semplice ma carico di significati: purificazione, protezione e auspicio per l’anno a venire. Mentre compiva il rito, la nonna di Antiseri recitava a modo suo il Dies Irae, l’antica sequenza latina che nella tradizione popolare locale era diventata il “Dio Silla”, tramandata oralmente di generazione in generazione.

L’Acqua di San Giovanni era particolarmente sentita anche nella frazione di San Giovanni di Collepino.

«Dopo il Covid è cambiato tutto – osserva Patrick Berichilli –. Quella gioia collettiva che accompagnava il rito ha perso improvvisamente la sua forza». La tradizione continua a essere ricordata, ma spesso come un racconto del passato più che come una pratica vissuta.

Eppure il valore di questa usanza resta intatto.

«Oggi rappresenta un prezioso patrimonio culturale, capace di raccontare le radici di una comunità e il legame profondo che per secoli ha unito gli abitanti del Subasio alla natura e al ritmo delle stagioni».

A custodirne la memoria sono soprattutto alcune anziane del luogo, ultime depositarie di un sapere fatto di gesti, simboli e racconti. «È un’eredità tramandata per secoli – sottolinea Valentino Buccilli – ma che rischia di smarrire il suo significato originario se non verrà raccolta dalle nuove generazioni».

Così, mentre la notte di San Giovanni continua a tornare ogni anno, tra il profumo delle erbe e la rugiada che si posa silenziosa sui prati del Subasio, resta aperta una sfida: trasformare il ricordo in memoria viva, affinché una delle tradizioni più affascinanti della montagna umbra non diventi soltanto una pagina di storia locale.

(Foto AI)

 

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