
Piazza Pontano si trasforma in un teatro a cielo aperto per l’edizione zero del premio dedicato al “Ciarlatano”. Tra memoria, ironia e impegno civile, l’omaggio a Dario Fo nel centenario della nascita, con Mattea Fo e Roberto Mattioli protagonisti di una serata sospesa tra risate, applausi e commozione
dall’inviato GILBERTO SCALABRINI
Cerreto di Spoleto, 23 ago. 2026 – A Cerreto di Spoleto il teatro entra in scena quando il giorno comincia a spegnersi sui tetti del borgo, poco più di mille abitanti e una comunità che continua a difendere i suoi presìdi, a cominciare dalla scuola elementare e media.

In piazza Pontano, cuore del paese alto e palcoscenico naturale della vita quotidiana, venerdì sera le luci della ribalta hanno acceso volti, ricordi e parole. Per qualche ora le pietre antiche si sono trasformate in quinte teatrali e il silenzio dei boschi della Valnerina ha ceduto il passo alle risate, agli applausi, alla commozione.

A tenere a battesimo l’edizione zero sono il sindaco Giandomenico Montesi, il consigliere regionale Stefano Lisci, il presidente del Gal Pietro Bellini, il vicepresidente del BIM e sindaco di Sant’Anatolia di Narco Tullio Fibraroli e l’antropologo della Valnerina Agostino Lucidi. A impartire la benedizione è il parroco del paese, don Elvis Antony.

Poi il taglio del nastro e, quasi senza soluzione di continuità, la piazza cambia ritmo: risuonano le note de Il Ciarlatano, la canzone scritta da Dario Fo, interpretata da Roberto Mattioli, ideatore con il Comune di Cerreto del format, e riarrangiata dalla banda del paese, nella quale suona anche il sindaco. Istituzioni, comunità e teatro finiscono così per mescolarsi nello stesso quadro, inaugurando una serata che vuole essere insieme festa, memoria e omaggio.

È il Festival del Ciarlatano, nato 25 anni fa e rilanciato nel 2009, che oggi approda a questa edizione speciale dedicata a Dario Fo nel centenario della nascita. Sul palco, a riannodare i fili della memoria, c’è Mattea Fo, nipote di Dario Fo e Franca Rame, intervistata da Mattioli, giornalista televisivo e radiofonico e anfitrione della serata. Insieme accompagnano il pubblico dentro settant’anni di teatro vissuti senza mai abbassare la voce, con la capacità di rovesciare le convenzioni e colpire il potere con l’arma dello sberleffo.

Il racconto parte da lontano, da una famiglia semplice della provincia di Varese, dove il padre di Dario lavorava nelle ferrovie e la madre era contadina. Eppure il teatro era già lì, quasi nascosto tra le pieghe dell’infanzia. Il padre recitava in una piccola compagnia amatoriale, la madre aveva una straordinaria fantasia narrativa e il piccolo Dario cresceva osservando un mondo fatto di voci, gesti e improvvisazioni.

Prima dei grandi palcoscenici, dei successi internazionali e del Nobel, il suo teatro cominciava dunque nelle storie ascoltate da bambino, nei personaggi incontrati lungo le rive del lago, nelle voci popolari che anni dopo sarebbero diventate materia viva della sua arte.

Poi arriva il momento del premio. Sul palco compare una statuetta che nelle forme richiama quella dell’Oscar, ma al posto della figura dorata c’è il Ciarlatano, riprodotto nelle sue rappresentazioni allegoriche. A consegnarla a Mattea Fo è il sindaco Giandomenico Montesi. Un gesto che lega il borgo alla storia di una parola che qui non ha il sapore dell’inganno, ma quello antico e irriverente della provocazione, dell’arte di sorprendere, raccontare e mettere alla berlina le certezze.

Mattea, primogenita di Jacopo Fo e presidente della Fondazione Fo Rame, porta avanti la tutela e la promozione dell’eredità culturale dei nonni: teatro, impegno civile, invenzione e libertà espressiva. Un patrimonio che continua a vivere anche in Umbria, nel centro culturale Alcatraz, tra Gubbio e Perugia, di cui segue attività e gestione.
Il sindaco Montesi guarda già oltre. Annuncia che il premio non resterà un episodio isolato: l’intenzione del Comune è farlo crescere e andare alla ricerca di nuovi “ciarlatani” in tutta Italia. Non imbonitori nel significato più oscuro del termine, ma personaggi capaci di incarnarne lo spirito giocoso e dissacrante: uomini e donne che sanno irridere le convenzioni, promettere l’impossibile con un sorriso e, magari, prendere in giro persino se stessi.
Durante l’intervista, sul grande schermo tornano alcune delle pagine più celebri di Fo. Mistero buffo, con i suoi monologhi ispirati anche a episodi biblici; Morte accidentale di un anarchico, nata intorno alla vicenda di Giuseppe Pinelli e divenuta una delle sue opere più rappresentate; la contestata esperienza di Canzonissima del 1962, segnata dallo scontro con la Rai sui temi della mafia e della sicurezza sul lavoro. E ancora Isabella, tre caravelle e un cacciaballe e Lo santo jullare Francesco, la fabulazione dedicata al santo di Assisi, potente, giocosa e lontana da ogni agiografia, portata anche al Festival dei Due Mondi di Spoleto.
Mattea ricorda anche una frase che il nonno amava ripetere: «Il teatro è l’Alka-Seltzer della poesia». Una metafora provocatoria per dire che la risata può aiutare a “digerire” le ingiustizie, ma anche a smascherarle. Fo lo ha fatto con le parole, la gestualità, le movenze e soprattutto con quella cultura popolare trasformata in una lingua teatrale capace di disturbare il potere.
A Cerreto di Spoleto, sotto le luci di piazza Pontano, il Ciarlatano torna così alla sua funzione più autentica: non più venditore di miracolosi elisir, ma voce irriverente capace di ricordarci che dietro ogni maschera, ieri come oggi, può nascondersi una verità. E che, a volte, basta una risata per strapparle il velo e costringerci a guardare il mondo da un’altra prospettiva.
(Dal Corriere dell’Umbria)
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