dall’inviato GILBERTO SCALABRINI

Cerreto di Spoleto, 23 ago. 2026 – Ci sono nonni che appartengono alla memoria privata di una famiglia e altri che entrano nella storia collettiva di un Paese. Per Mattea Fo, classe 1988, Dario Fo e Franca Rame sono stati entrambe le cose: due figure immense della cultura italiana, ma soprattutto «un pezzo di cuore», presenze familiari capaci di lasciare un’eredità di teatro e impegno civile, ma anche di gesti quotidiani, vacanze, pranzi, racconti e profumi di casa.

Mattea li ha conosciuti da nipote prima ancora che da custode della loro memoria. È questo doppio sguardo, intimo e consapevole, a rendere i suoi ricordi così vivi. Nel suo racconto al Corriere dell’Umbria la grande storia si mescola continuamente alle piccole cose: una favola prima di dormire, una prova teatrale, una passeggiata per un gelato. L’abbiamo intervistata.

Del premio “Il Ciarlatano” dice: «È stata una bellissima occasione per raccontare alle nuove generazioni ciò che Dario e Franca hanno fatto. La nostra Fondazione, con sede in Umbria, ne tutela l’eredità umana, artistica e civile».

Portare un cognome come Fo significa convivere con un’eredità enorme. È stato un peso o qualcosa di naturale?

Per me è stato naturale, perché ci sono nata dentro. Crescendo ho compreso il valore di ciò che i miei nonni e la mia famiglia hanno fatto. La passione per l’archivio, di cui ho seguito la nascita accanto a mia nonna, mi ha portato naturalmente a raccogliere questa eredità. A modo mio: non recito, ma valorizzo il loro lavoro.

Quando pensa ai suoi nonni, qual è la prima immagine familiare che le torna alla mente?

Ho avuto la fortuna di conoscerli da bambina e da adulta. I ricordi più cari sono quelli più semplici: pranzi, cene, momenti tutti insieme fuori dal lavoro. La nostra normalità passava spesso intorno a un tavolo, anche se il teatro finiva sempre per entrare nella conversazione».

È vero che perfino uscire con suo nonno per un gelato poteva diventare qualcosa di speciale?

Sì. Mio nonno veniva fermato continuamente: gli chiedevano cosa pensasse di un fatto politico o di ciò che era accaduto il giorno prima. Lui ascoltava e rispondeva. Mi spiegò che sentiva di dovere molto al pubblico, alle persone che lo avevano seguito per tutta la vita. Fermarsi a parlare era il suo modo di restituire qualcosa.

C’era un aspetto del loro lavoro che la affascinava più degli altri?

La loro curiosità, il bisogno di cercare e capire. Nella rassegna stampa confrontavano notizie e punti di vista diversi per avvicinarsi alla verità. Le storie nascevano così e i loro testi entravano nella nostra quotidianità prima ancora di arrivare sul palcoscenico.

Dario Fo e Franca Rame hanno legato il teatro a un forte impegno civile. Quel modello parla ancora al presente?

Assolutamente sì, perché era un modo di interrogare il presente. “Morte accidentale di un anarchico”, debutto nel 1970, continua a essere rappresentata e quest’anno è tornata in scena, nel centenario della nascita di Dario, con la regia di Giorgio Gallione. È la prova che quei testi conservano una forza ancora attuale.

Se potesse riportare oggi sul palcoscenico un loro spettacolo, quale sceglierebbe?

“Isabella, tre caravelle e un cacciaballe”, la commedia satirica scritta da Dario nel 1963. È una rilettura ironica e dissacrante del mito di Cristoforo Colombo e della scoperta dell’America. La trovo sorprendentemente attuale e sono orgogliosa che torni nei teatri. Queste opere non appartengono soltanto alla memoria: sanno ancora parlare al presente.

Ha ragione Mattea Fo, perché il sipario, in fondo, non è mai calato: Dario Fo e Franca Rame continuano a parlare ogni volta che il loro teatro riesce ancora a interrogare il presente.

(Dal Corriere dell’Umbria)

 

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