
Ha lavorato sempre tutta la notte mentre le scosse erano continue e ad ogni alba di dieci anni fa caricava le ceste di pane sul furgone e, insieme a mia moglie Alessandra Liberti, raggiunge un punto fuori le mura e attendeva che arrivasse la gente
dall’inviato GILBERTO SCALABRINI
Norcia, 24 ago. 2026 – Nel cuore ferito di Norcia, quando la terra continuava a tremare e ogni notte sembrava non finire mai, c’era una luce che non si spegneva. Era quella del forno di Walter Ceccarini.
Fuori, le strade erano vuote, attraversate quasi soltanto dai mezzi di soccorso. I muri scricchiolavano, le scosse arrivavano senza preavviso e la paura aveva cambiato il ritmo delle giornate. Dentro, invece, Walter affondava le mani nella farina, impastava, infornava, aspettava. Fino all’alba. Come aveva sempre fatto.
Tre quintali di pane ogni giorno. Pane e pizza che uscivano caldi dal forno mentre Norcia contava le crepe, le case inagibili, le partenze e le assenze. E quel profumo, familiare e ostinato, si infilava nelle vie svuotate del centro come un segnale silenzioso ma potente: la città era sconquassata, ma continuava a respirare.
Walter restava lì. Con il rumore delle impastatrici mescolato a quello, ben più inquietante, della terra che tornava a muoversi. Bastava una scossa più forte per essere pronti a scappare. Poi si rientrava. Si ricominciava. Farina, acqua, lievito. Il gesto antico del fornaio diventava, senza proclami, una forma quotidiana di resistenza.
«Ad ogni alba – racconta – i nursini trovavano il pane che riempiva di profumo le strade deserte, percorse quasi esclusivamente dai mezzi di soccorso. Tre quintali, per l’esattezza. Pane e pizza pronti a ricordare che la comunità c’era ancora».
Ma raggiungere la gente, in quei giorni, non era semplice. Il centro storico era sconvolto dal terremoto e la normalità aveva perso i suoi indirizzi.
«Caricavo le ceste di pane sul furgone e, insieme a mia moglie Alessandra Liberti, raggiungevo un punto fuori dalle mura. Ci fermavamo sempre nello stesso angolo e aspettavamo che arrivasse la gente».
Il furgone fermo, le ceste colme, il pane ancora caldo. E poi uomini e donne che arrivavano dalle sistemazioni di fortuna, dalle auto, dalle tende, da giornate rimaste sospese. Non c’era soltanto qualcosa da mettere in tavola. C’era un pezzo della vita di prima che, per qualche minuto, tornava al suo posto.
Perché in quei giorni il pane non era soltanto pane. Era conforto, abitudine, normalità. Era la certezza di ritrovare qualcosa di conosciuto in una città diventata improvvisamente irriconoscibile. Un modo concreto, quasi testardo, per dire che anche quella notte sarebbe passata e che il giorno dopo sarebbe comunque arrivato.
È anche per questo che, ancora oggi, a Norcia c’è chi ringrazia Walter Ceccarini. Non per un gesto clamoroso, ma per essere rimasto al proprio posto quando restare era difficile. Per aver continuato un mestiere antico mentre tutto intorno sembrava interrompersi.
«Ho iniziato a fare il panificatore nel 1989 – continua – dopo diverse esperienze di lavoro nel settore. Il terremoto mi ha sfrattato dal centro storico: il forno si trovava vicino al Teatro Civico. Oggi siamo in viale della Stazione».
Una manciata di parole che racchiude quasi quarant’anni di lavoro e, nel mezzo, una cesura che a Norcia tutti conoscono: prima e dopo il terremoto.
Il sisma ha spostato muri, attività commerciali, famiglie. Ha ridisegnato la geografia della città e anche quella della vita di Walter. Ma non è riuscito a spegnere il forno, né il mestiere che porta avanti da quasi quarant’anni.
Oggi il suo bar, panetteria e pasticceria, dove lavora anche la figlia Giorgia, si trova in periferia, lungo viale della Stazione. È diventato un punto di riferimento per molti nursini. Dietro il banco sfilano pane, pizza, dolci e prodotti salati, tutti rigorosamente artigianali. Walter rivendica la scelta delle materie prime, selezionate e di provenienza italiana, e continua a lavorare senza scorciatoie, seguendo tempi e regole che appartengono alla tradizione.
È cambiato l’indirizzo, non il gesto.
Le mani tornano ogni giorno alla farina, agli impasti, al calore del forno. Proprio come nelle notti del terremoto, quando Norcia sembrava trattenere il respiro e quella luce accesa vicino al Teatro Civico diventava inconsapevolmente un piccolo faro.
Forse Walter non pensava di compiere qualcosa di speciale. Faceva semplicemente il suo lavoro.
Ma ci sono momenti in cui anche sfornare una pagnotta può diventare molto di più. Può significare restare, resistere, tenere insieme una comunità.
E, nel buio di una città che tremava, aspettare l’alba con il pane già pronto.
(Dal Corriere dell’Umbria)
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