
Intervista a cura di GILBERTO SCALABRINI
Spello, 20 ott. 2026 – Una muta di cani nel bianco, la slitta che taglia la neve, un uomo aggrappato ai pattini e un paesaggio senza fine. Per quasi trent’anni Maurizio Menghinella, spellano, ha inseguito questo orizzonte nelle gare di sleddog tra Norvegia, Svezia e Alaska. Chilometri nel silenzio, con il termometro sotto zero e il respiro dei cani nell’immensità.

Un’avventura estrema che gli ha cucito addosso un soprannome: il figlio dei ghiacci. Ma oggi quei ghiacci non sono più gli stessi. Le nevicate durano meno, il manto si assottiglia e la pioggia prende spesso il posto della neve. Il cambiamento climatico ha modificato allenamenti e gare, costringendo molti musher a ridurre le mute o a fermarsi.
«Lo sleddog continua – racconta Maurizio – ma senza neve si usano i kart, carrelli con ruote e freni. I cani corrono sugli sterrati, soprattutto la mattina presto». La slitta, però, è un’altra cosa. E quel silenzio può diventare una trappola. È l’inverno del 2004, nel Nord della Norvegia. Maurizio attraversa un corso d’acqua ghiacciato nei pressi di Capo Nord. La muta procede regolare. Poi la lastra cede.
«È successo tutto in un attimo».
L’acqua gelida lo inghiotte, il freddo gli mozza il respiro e la corrente prova a trascinarlo sotto il ghiaccio.

«La slitta e i cani erano rimasti sopra. È stata la nostra fortuna. Se fossero caduti anche loro, le corde si sarebbero attorcigliate: sarebbe stata la fine. Sono stati cinque minuti, per me un’eternità».
Sopra la lastra Henry, il cane capo branco, capisce. Tiene compatta la muta e riporta Maurizio verso il bordo. Nessun ordine. Solo anni di fiducia. Quando riesce a uscire dall’acqua, la prova non è finita.
«La giacca termica era diventata un blocco di ghiaccio. Il campo base era a due ore. Non sentivo più le gambe e cadevo. Quando arrivai, la circolazione riprese. Fu quasi un miracolo».
Se oggi lo racconta, lo deve anche a Henry. Fu allora che capì che una muta non è solo una squadra. È una famiglia.
Che cosa ti hanno lasciato esperienze così estreme?

«Tantissimo. Per venticinque anni, per me e mia moglie Maria Teresa, è stato uno stile di vita. In Umbria ci alzavamo di notte per cercare dodici o tredici gradi sotto zero. Siamo andati anche in Svezia ad allenarci. Ero spesso assente per mesi dalla ditta che dirigevo. Non era un hobby della domenica».
Maurizio non ha mai partecipato all’Iditarod, ma ha affrontato gare fino a 1.800 chilometri, con tappe da 200, e partecipato due volte alla Finnmarksløpet e alla Femundløpet.
«La cosa straordinaria era la voglia di correre. Il giorno dopo erano pronti a ripartire».
Anche la cura delle zampe era parte della gara. Maurizio metteva ai cani scarpette di stoffa, sostituite ogni venti chilometri per evitare che, impregnate di neve e acqua, gelassero fino a diventare dure e taglienti come lame.
L’ultima grande spedizione avrebbe dovuto portarlo nel 2020 a Fairbanks. Rai 1 lo avrebbe seguito con una troupe. Sulla slitta avrebbe portato un sensore per monitorare i parametri dei cani e trasmetterli ai veterinari dell’Università di Perugia.
Che cosa avrebbe avuto di speciale quella spedizione?
«Una sfida scientifica. Con l’ingegnere Gianluca Cellini di Bastia Umbra avevamo sviluppato un sensore da applicare al cane per captare biosegnali durante la corsa nel gelo».
Poi arrivò il Covid e saltò tutto: gara, documentario e progetto scientifico. Da allora Maurizio non ha più ricostruito una muta. Gli sono rimasti tre cani.
Tornando indietro, lo rifaresti?
«Certo che sì. Ma oggi ricostruire una grande muta sarebbe difficile. Mancano neve, freddo e ghiaccio».
Per capire come sia arrivato fin lassù bisogna tornare al 1999. Dopo le moto e i dobermann, un veterinario lo portò a una gara di sleddog.
«Rimasi folgorato dal rapporto tra cani, uomo e natura».
In Umbria mancavano mezzi e animali adatti. Andò a Bologna e tornò con dieci Alaskan Husky.
«Erano atleti. Io ero alla mia prima gara».
Oggi Maurizio ha 59 anni, un fisico robusto e una vitalità che sembra concedergli uno sconto sull’anagrafe. La slitta è solo un ricordo, ma l’avventura ha cambiato scenario. Adesso si dedica a una sorta di bear watching: parte di notte e si addentra nei boschi dell’Umbria e dell’Abruzzo per osservare la fauna selvatica. Con un visore notturno cerca e filma lupi e orsi. Sui Sibillini ha avuto la fortuna di avvistare un orso.
Non hai paura?
«La paura verso questi animali è spesso amplificata. In genere evitano l’uomo. I problemi nascono quando non si rispettano il loro spazio e il loro habitat».
Mi racconti una tua avventura con i lupi?
Sorride: «Per due settimane ho seguito un branco durante una battuta di caccia. Sono predatori straordinari: collaborano e ognuno sembra sapere cosa deve fare. Non sempre riesco a fotografarli, ma non importa: mi porto dentro il ricordo».
Ancora una volta lo affascina il branco.
E ribadisce un principio che vale per lupi e orsi come per i cani che hanno condiviso anni di gare con lui: «Bisogna rispettare ogni animale e il suo spazio. Quando entri nel suo habitat, sei tu l’ospite. È lo stesso rispetto che ho avuto per i miei cani: sono rimasti con me fino alla vecchiaia, anche quando non erano più adatti alla muta».
Perché la muta non era solo una fila di cani davanti a una slitta. Era famiglia.
E forse per questo Maurizio ricorda ancora Henry sopra quella lastra: il ghiaccio che si apre, l’acqua che lo trascina e quel cane rimasto lì, a tenere insieme gli altri e ad aspettare il suo uomo.
La slitta oggi è appesa al soffitto. Ma certe avventure non finiscono quando si smette di correre.
(Dal Corriere dell’Umbria)
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