
Dall’inviato GILBERTO SCALABRINI
Assisi, 22 dic. 2025 – Le luci si abbassano, il brusio si spegne, l’attesa prende corpo e il teatro Lyrick si riempie subito di emozioni con la voce di Amii Stewart e il violino di Alessandro Quarta: una coppia artistica capace di travolgere e sedurre che ha saputo dare forza al debutto di Cambio Festival Winter.

È stata una prima volta che pesa, quella dell’associazione culturale Ponte Levatoio, salita sul palco con un grande concerto, ambizioso e dichiaratamente aperto al dialogo tra generi, linguaggi e sensibilità. Un esordio che è già dichiarazione d’intenti.

«Solitamente ci esibiamo in rocche e castelli, su prati di fronte ad abbazie… – ha esordito emozionato ma determinato, il patron di Cambio Festival Francesco Raspa – quest’anno abbiamo voluto provare anche a creare una stagione invernale, con una prima data all’Urban di Perugia, poi un concerto al Lyrick e a chiudere a febbraio due date al Piccolo Teatro degli Instabili. Siamo molto felici di poter ospitare questa sera il violinista più rock d’Europa, Alessandro Quarta e il suo quartetto (Giuseppe Magagnino, pianoforte; Cristian Martina, batteria; Michele Colaci, contrabbasso; Franco Chirivì, chitarra n.d.r) e una voce che non ha bisogno di presentazioni, quella di Amii Stewart».

Francesco ha rivendicato una crescita costante della rassegna e per il 2026, ha promesso che il cartellone sarà ancora più ricco di eventi e proposte. Parole accompagnate dai ringraziamenti agli sponsor e, in primis, al Comune di Assisi, presente con il sindaco Valter Stoppini, a testimoniare un’alleanza tra cultura e istituzioni che qui non è formula, ma pratica concreta; a Sviluppumbria e gli sponsor storici, come Franco Cicogna, Forini, Fineco Bank, il Valle di Assisi, i Fratelli Baldini e la Bcc di Bastia Umbra.

Raspa è una figura che rifugge le luci della ribalta e lavora sui contenuti. Ad Assisi lo conoscono tutti: attraverso Ponte Levatoio incarna un’idea di impegno civile e culturale paziente, costante, profondamente radicata nel territorio. Il suo è un ruolo di regia silenziosa: promuove iniziative, tiene insieme persone, idee e memorie, costruisce occasioni di confronto senza mai forzare la scena.
Per lui la cultura è relazione, è crescita collettiva, è dialogo vivo tra passato e presente, tra identità locale e sguardo contemporaneo. Sotto la sua guida, Ponte Levatoio si muove come uno spazio aperto, dove la storia di Assisi non diventa mai monumento immobile, ma materia viva da interrogare e condividere. Un lavoro fatto di continuità più che di clamore, di cura più che di proclamazioni: la cifra di una presidenza che sceglie la sostanza, giorno dopo giorno.

Poi la musica prende il sopravvento. La voce di Amii Stewart, cresciuta tra gospel, soul e musical di Broadway, travolge la platea. Le ovazioni raccontano meglio di qualsiasi cronaca la risposta del pubblico a un talento che ha saputo resistere al tempo, alle mode, ai continenti. Ancora una volta Stewart dimostra controllo vocale, intensità emotiva e una presenza scenica che non conosce cedimenti. L’Italia è ormai la sua seconda casa: qui trova un pubblico fedele, curioso, capace di seguirla con il cuore prima ancora che con l’orecchio.

E poi c’è il violino di Alessandro Quarta. Uno strumento che non chiede permesso: entra, vibra, graffia l’aria e subito dopo la accarezza. La sua non è semplice esecuzione, ma racconto in movimento, gesto, tensione emotiva. Quando Quarta sale sul palco, il confine tra concerto e spettacolo si assottiglia fino quasi a scomparire.

C’è qualcosa di istintivo e insieme rigoroso nel suo modo di suonare. Le corde diventano voce narrante, capaci di passare dal sussurro al grido, dal lirismo più puro a improvvise accelerazioni che sanno di rock, di Mediterraneo, di viaggio. Il pubblico lo intuisce subito: non assisterà a una semplice performance, ma a un attraversamento emotivo. E resta agganciato, nota dopo nota.

Quarta non è un violinista “classico” nel senso convenzionale del termine, pur avendo una formazione che affonda nella disciplina più severa. Da quella base nasce però una libertà che è cifra stilistica: Bach dialoga con il tango, il barocco con suggestioni cinematografiche, il virtuosismo con una teatralità quasi fisica. Il corpo accompagna l’archetto, lo anticipa, lo segue. Il violino diventa estensione naturale di un racconto personale.

In scena, Alessandro Quarta è insieme musicista e narratore. Introduce i brani, li contestualizza, li carica di immagini e memorie, creando un filo diretto con chi ascolta. È qui che la cronaca incontra il colore: negli sguardi che si accendono in platea, nei silenzi improvvisi che precedono l’applauso, in quell’attimo sospeso in cui la musica sembra trattenere il respiro.
E quando l’ultimo arco si posa, resta una sensazione precisa: quella di aver assistito a qualcosa che non si replica mai allo stesso modo. Perché Alessandro Quarta suona, sì, ma soprattutto vive la musica. E la restituisce come un’esperienza condivisa, intensa, irripetibile.
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